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    Le condizioni dell’Iran per il transito delle navi a Hormuz

    • L'Iran ha instaurato un sistema semi-formale di controllo sullo stretto di Hormuz: le navi che vogliono transitare devono fornire alla Guardia rivoluzionaria islamica (Irgc) liste dell'equipaggio, del carico e documenti di viaggio. Per le petroliere e le gasiere con carichi di alto valore sono stati richiesti anche pagamenti, veicolati attraverso intermediari. Il passaggio è garantito solo alle navi di Paesi "amici", in coordinamento con le Autorità iraniane competenti.
    • L'impianto Gnl di Ras Laffan, in Qatar, ha subito danni estesi a seguito di attacchi con droni iraniani e rappresaglie successive. Due treni di produzione sono stati messi fuori uso, per una capacità annua combinata di 12,8 milioni di tonnellate, pari al 17% delle esportazioni qatarine di gas naturale liquefatto. QatarEnergy ha prospettato il ricorso alla forza maggiore su alcuni contratti per un periodo fino a cinque anni.
    • La crisi energetica colpisce in misura marcata l'Asia emergente: il Pakistan, che dipende dal Qatar per il 99% delle importazioni di Gnl, rischia di non avere gas sufficiente per la generazione elettrica già da metà aprile. India, Vietnam e Filippine registrano carenze di carburanti da cucina e combustibili industriali, mentre i prezzi di una singola spedizione di Gnl verso l'Asia hanno superato gli 80 milioni di dollari (circa 73 milioni di euro), più del doppio rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

     

    Da quasi un mese lo stretto di Hormuz è di fatto chiuso al traffico commerciale internazionale. Da quando, alla fine di febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l'Iran, il canale marittimo che collega il Golfo Persico al resto del mondo ha smesso di funzionare come arteria del commercio globale. Solo un numero esiguo di navi ha completato il transito: quasi tutte iraniane o collegate alla Cina, e quasi tutte impegnate nel trasporto di greggio.

    La strozzatura non è causata soltanto dalla guerra in corso. Nelle ultime settimane l'Iran ha costruito un sistema semi-formale di controllo sul passaggio attraverso lo stretto, affidato alla Guardia rivoluzionaria islamica (Irgc). Secondo persone informate sui fatti, riportate da Bloomberg il 25 marzo 2026, le navi che intendono transitare sono tenute a fornire elenchi dettagliati dell'equipaggio e del carico, oltre ai dati del viaggio e alle polizze di carico. Il via libera non è automatico: viene concesso caso per caso, e il processo rimane idiosincratico, con variazioni da nave a nave. Per alcuni tipi di carico, l'Irgc ha richiesto anche pagamenti in denaro. Secondo le stesse fonti, queste richieste riguardano prevalentemente petroliere, gasiere e navi con merci di elevato valore, e sono veicolate attraverso intermediari. Non tutti i natanti sono stati soggetti a questa condizione, ma il meccanismo appare consolidato e in espansione.

    Teheran ha precisato in un comunicato che la navigazione prosegue per i Paesi "amici" e "in coordinamento con le autorità iraniane competenti", e che il traffico "non è stato sospeso". Lo stesso comunicato lega tuttavia il pieno ripristino della sicurezza nello stretto alla cessazione delle minacce militari nella regione. L'Irgc ha inoltre dichiarato di aver respinto una portacontainer per mancata osservanza dei protocolli e assenza di autorizzazione al transito.

    Sul piano diplomatico, il Governo statunitense ha esercitato pressioni per avviare trattative con Teheran. Il presidente Donald Trump ha fissato e poi rinviato una scadenza di 48 ore per la riapertura dello stretto. Un piano in quindici punti per la fine del conflitto ha contribuito a far rientrare parzialmente i prezzi del petrolio nella giornata del 26 marzo, ma non si registrano cambiamenti concreti nei flussi di traffico attorno a Hormuz.

    La chiusura di fatto dello stretto ha innescato una crisi energetica di portata globale, le cui conseguenze più acute si concentrano nel settore del gas naturale liquefatto. All'inizio di marzo, un attacco con droni iraniani ha colpito l'impianto di Ras Laffan, in Qatar, il più grande impianto di liquefazione del gas naturale del mondo e riferimento dell'intero mercato globale del Gnl da tre decenni. Attacchi successivi, condotti in rappresaglia per un'azione israeliana sui giacimenti di South Pars, hanno causato danni estesi. Due treni di produzione sono stati messi fuori uso, per una capacità combinata di 12,8 milioni di tonnellate annue, pari al 17% delle esportazioni qatarine.

    Saad Al-Kaabi, amministratore delegato di QatarEnergy, ha indicato che per alcuni contratti potrebbe rendersi necessario ricorrere alla forza maggiore per un periodo fino a cinque anni. Le riparazioni, secondo le stime, richiederanno tra i due e i cinque anni, cui si aggiungono i tempi per la ripartenza delle esportazioni e il ripristino della navigazione attraverso Hormuz. L'analista Saul Kavonic, di Mst Marquee, ha descritto la situazione come avviata verso uno "scenario di crisi del gas di proporzioni catastrofiche", precisando che, anche una volta cessato il conflitto, le perturbazioni alle forniture di Gnl potrebbero protrarsi per mesi o per anni, in funzione dell'entità dei danni.

    L'impatto sul mercato globale del Gnl si sovrappone a una situazione già delicata. Prima dello scoppio del conflitto, il 2026 era atteso come l'anno dell'inversione di tendenza, con un aumento rilevante della capacità produttiva mondiale — soprattutto grazie all'espansione statunitense — che avrebbe dovuto generare un'eccedenza di offerta. Secondo Morgan Stanley, un'interruzione superiore a un mese trasforma rapidamente quell'eccedenza in un deficit. Un'interruzione di tre mesi sarebbe la più grave nella storia cinquantennale del settore.

    Le conseguenze energetiche più immediate riguardano l'Asia, che assorbe quattro quinti delle esportazioni qatarine di Gnl e la quota prevalente delle spedizioni provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. Il Pakistan dipende dal Qatar per il 99% delle proprie importazioni di Gnl: le autorità di Islamabad hanno avvertito che già dalla metà di aprile le forniture potrebbero risultare insufficienti a coprire il fabbisogno di generazione elettrica. Il settore tessile, principale voce dell'export pakistano, è esposto a un duplice rischio: la carenza di gas per la produzione di energia in loco e per il trattamento termico dei materiali.

    Condizioni analoghe si registrano in India, dove la carenza di gas di petrolio liquefatto ha generato tensioni nelle aree di distribuzione, e in Vietnam e Filippine, dove gli acquisti aggiuntivi di Gnl sul mercato a pronti sono stati di fatto sospesi in attesa di un calo dei prezzi. Una singola spedizione verso l'Asia costa attualmente circa 80 milioni di dollari (circa 73 milioni di euro), più del doppio rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Le imprese indiane sono state costrette a effettuare alcuni dei propri acquisti più onerosi degli ultimi anni.

    A fronte della riduzione dei volumi di Gnl disponibili, molte economie asiatiche stanno aumentando il ricorso al carbone. Le Filippine sono in trattativa con l'Indonesia per forniture aggiuntive di carbone, mentre l'India prevede di bruciarne una quantità senza precedenti per far fronte alla domanda estiva di elettricità. Quella che in teoria potrebbe sembrare un'opportunità per accelerare la transizione verso le rinnovabili si sta invece traducendo, nella pratica, in un aumento della dipendenza dalla fonte fossile più inquinante.

    Il problema non riguarda soltanto le economie emergenti. Secondo la società di ricerca Rystad Energy, un'interruzione di sei mesi spingerebbe anche i Paesi sviluppati dell'Europa e dell'Asia a ridurre i consumi, qualora i prezzi del gas tornassero ai massimi del 2022. Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime di Bank of America, ha osservato che le scorte europee escono da un inverno rigido attestandosi su livelli molto bassi e che il processo di ricostitu­zione degli stoccaggi nei prossimi due o tre mesi si svolgerà in condizioni di forte pressione.

    La vulnerabilità dell'Europa è strutturale. Dal 2022, in seguito alla crisi energetica innescata dall'invasione russa dell'Ucraina, l'UE ha intrapreso un percorso di diversificazione, costruendo nuovi terminali di rigassificazione e incrementando la capacità di stoccaggio. Tuttavia, come rileva un rapporto della società di consulenza Roland Berger per il gruppo industriale Cefic, le chiusure d'impianti dipendenti dal gas sono aumentate di sei volte dall'inizio della crisi del 2022, e gli investimenti nel settore sono calati di oltre l'80%. La nuova perturbazione si abbatte su un tessuto industriale già indebolito.

    Taiwan, che dipende in misura rilevante dal Gnl per la propria industria di produzione di semiconduttori, ha già assicurato le forniture per aprile e metà maggio. La Corea del Sud ha rimosso i limiti operativi alle proprie centrali a carbone per fronteggiare la carenza di gas. Il Giappone, attraverso il suo ministro dell'Energia, ha chiesto all'Australia di liberare ulteriori volumi di Gnl, ma gli esperti di settore ritengono che il Paese abbia già saturato la propria capacità produttiva.

    In questo contesto, l'attenzione si sposta anche verso forniture alternative. Funzionari statunitensi riferiscono che diversi Paesi asiatici hanno già avviato contatti per aumentare gli acquisti di Gnl americano. Il Bangladesh sta esplorando un possibile accordo per forniture aggiuntive, mentre Taiwan punta ad aumentare le importazioni dagli Stati Uniti a partire da giugno. L'interesse s'indirizza anche verso progetti fino a poco tempo fa considerati marginali, come il terminal Gnl in Alaska sostenuto dall'amministrazione Trump: la distanza di soli otto giorni di navigazione dal Giappone, contro i 24-28 giorni dal Medio Oriente, rappresenta un argomento logistico non trascurabile in un momento di ridisegno delle rotte globali di approvvigionamento.

    M.G.

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