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Cronaca

  • Patente falsa e centralina AdBlue del camion manomessa a Trento

    Patente falsa e centralina AdBlue del camion manomessa a Trento

    La Polizia locale di Trento-Monte Bondone ha fermato un autoarticolato immatricolato in Polonia nei pressi dell'Interporto doganale: il conducente, di origine ucraina, guidava con una patente contraffatta e una centralina motore alterata per eludere i sistemi antinquinamento. Denuncia e fermo amministrativo del veicolo per tre mesi.

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  • Sosta sicura di Enilive in Austria col primo parcheggio Gold

    Sosta sicura di Enilive in Austria col primo parcheggio Gold

    Enilive Austria ha aperto a St. Marienkirchen bei Schärding, lungo l'autostrada A8 Innkreis, il primo parcheggio per veicoli industriali del Paese certificato Gold secondo lo standard Sstpa. La struttura da 74 posti rientra in un progetto dell'Unione Europea per l'ammodernamento di cinque aree di sosta tra Austria, Italia e Germania.

    Hormuz verso l’intesa ma resta la tensione nel Mar Rosso

    • Stati Uniti, Iran e Oman sarebbero vicini a un'intesa provvisoria di sessanta giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz: il traffico in entrata seguirebbe la corsia settentrionale in acque iraniane, quello in uscita la corsia meridionale in acque omanite, senza pedaggi e con lo sminamento della corsia centrale entro trenta giorni.
    • Sulla rotta omanita, finora considerata la più sicura, la portarinfuse Minoan Pioneer è stata colpita da un proiettile non identificato venti miglia a nord-est di Al Khasab: colpo alla sala macchine, blackout totale, incendio negli alloggi e il terzo ufficiale macchinista disperso. È il quarto episodio in cinque giorni.
    • Nel Mar Rosso il quadro va nella direzione opposta: gli Houthi rivendicano l'attacco alla petroliera saudita Wafa al largo di Yanbu, ottava nave presa di mira dall'avvio del blocco il 22 luglio. Manca ogni conferma indipendente, mentre il Brent scende sotto gli 80 dollari scontando l'intesa su Hormuz.

     

    Mentre i negoziatori limavano gli ultimi dettagli dell'accordo che dovrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz, una nave da carico in transito proprio sulla rotta ritenuta più sicura veniva colpita in sala macchine. Alle 22.00 Utc del 3 agosto 2026, le due del mattino del 4 agosto in ora locale, la portarinfuse Minoan Pioneer, battente bandiera liberiana e gestita dalla greca Modion Maritime Management, ha diffuso sul canale 16 Vhf la segnalazione di essere stata centrata da un proiettile non identificato a circa venti miglia nautiche a nord-est di Al Khasab, in acque dell'Oman. Il colpo ha provocato un blackout totale e poco dopo è divampato un incendio nel blocco alloggi. L'equipaggio ha abbandonato la nave su una scialuppa dopo aver tentato di contenere le fiamme, e il terzo ufficiale macchinista risulta disperso.

    L'allerta è stata diffusa dallo Ukmto, l'organismo della Royal Navy che coordina le informazioni di sicurezza per il traffico mercantile nell'area, mentre la società britannica di analisi del rischio marittimo Vanguard Tech ha identificato la nave e riferito i dettagli sull'equipaggio. La chiamata di soccorso iniziale è stata rilanciata dalla petroliera Surianame Prosperity, battente bandiera panamense, che ha segnalato la perdita totale di potenza della portarinfuse. Modion Maritime Management non ha risposto alle richieste di commento. Costruita nel 2011 da Jiangsu New Yangzijiang con il nome Bottiglieri Sophie Green, la Minoan Pioneer è una post-panamax da 93.283 tonnellate di portata lorda e 51.255 di stazza lorda, lunga 229 metri, proveniente da São Francisco do Sul con scalo a Sohar e diretta a Fujairah. Nessun gruppo ha finora rivendicato l'attacco.

    Questo è il quarto incidente di sicurezza marittima segnalato in cinque giorni nei pressi della penisola di Musandam: venerdì 31 luglio una metaniera fu colpita in sala macchine mentre navigava verso est, con incendio e perdita di propulsione, equipaggio illeso e assistenza della Guardia Costiera omanita. Una petroliera riferì poi di un'esplosione ravvicinata e domenica 2 agosto un altro comandante aveva udito una detonazione nelle vicinanze, senza danni. Vanguard Tech e Marisks hanno censito tre petroliere coinvolte in episodi distinti tra il 31 luglio e il 2 agosto, tutte in acque omanite. La rotta meridionale, quella che le compagnie hanno privilegiato in questi mesi proprio perché aggira le acque territoriali iraniane, si quindi è rivelata pericolosa quanto le altre.

    In questo contesto si muove il negoziato. Secondo Axios, che cita due fonti regionali e un funzionario statunitense, Stati Uniti, Iran e Oman sarebbero vicini a un'intesa provvisoria e Washington punta ad annunciarla già mercoledì 5 agosto. Il meccanismo avrebbe durata di sessanta giorni, con possibilità di proroga: tutto il traffico in entrata verso il Golfo transiterebbe su una corsia settentrionale attraverso le acque iraniane, tutto quello in uscita verso il Mar Arabico su una corsia meridionale in acque dell'Oman e in coordinamento con l'Iran. Nei sessanta giorni non verrebbero applicati pedaggi né tariffe. Inoltre, le parti lavorerebbero insieme alla rimozione delle mine dalla corsia centrale dello stretto entro trenta giorni, che una volta sgomberata sarebbe destinata al traffico bidirezionale sulla base di un futuro accordo permanente tra Muscat e Teheran.

    Il punto politicamente più importante resta il controllo dello stretto. L'intesa preliminare recepirebbe alcune richieste iraniane sui diritti di gestione del traffico nello stretto che Teheran non possedeva prima della guerra, creando un corridoio sicuro che riconosce gli interessi dell'Iran in quanto Paese rivierasco. Rispetto alle bozze circolate nelle settimane precedenti, quando il negoziato bilaterale Iran-Oman prevedeva una "tariffa di servizio" da dividere in parti uguali tra i due Paesi, formula scelta per non irritare Washington la versione attuale rinvia la questione economica a dopo la fase provvisoria.

    Trump ha accompagnato l'apertura diplomatica con l'ennesimo avvertimento. "Stiamo avendo ottimi colloqui", ha detto in un'intervista a Fox News, anticipando sviluppi entro quarantotto ore, aggiungendo che lo stretto "si aprirà molto presto, altrimenti subiranno un colpo durissimo". Il 1° agosto il presidente statunitense annullò un attacco già pianificato alle infrastrutture iraniane, e il Comando Centrale non registra operazioni americane contro l'Iran dal 29 luglio. Da Teheran la risposta resta guardinga: il segretario della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, Behnam Saidi, ha sostenuto che Stati Uniti e Israele hanno violato diverse clausole del cessate il fuoco e che ogni proposta statunitense va accolta con scetticismo. Fonti iraniane attribuiscono a Washington il rallentamento dell'intesa, accusando la Casa Bianca di voler capitalizzare politicamente un risultato negoziato con l'Oman.

    Mille chilometri più a ovest lo scenario è di segno opposto. Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato in un video-messaggio l'attacco con "diversi missili balistici" alla petroliera saudita Wafa nel Mar Rosso settentrionale, al largo della costa di Yanbu, che sarebbe così l’ottava nave presa di mira dall'avvio del blocco marittimo il 22 luglio. Il blocco è stato dichiarato come ritorsione per l'attacco del 13 luglio all'aeroporto di Sanaa, attribuito a Riad. Nessuna fonte indipendente ha finora confermato l'episodio: al momento della diffusione della rivendicazione né lo Ukmto né la Transport General Authority saudita avevano emesso comunicazioni sulla Wafa e nessun tracciatore marittimo ha verificato la cifra di ventinove navi che il gruppo yemenita sostiene di aver costretto a invertire la rotta.

    Il precedente induce cautela. Delle otto navi rivendicate dal 22 luglio, solo l'attacco alla Encelia ha ricevuto un riscontro esterno, con l'agenzia di stampa saudita che ha riferito di un incendio a prua senza feriti. La Layla, colpita lo stesso giorno secondo gli Houthi, aveva smesso di trasmettere la posizione prima del presunto attacco e non è più ricomparsa sui tracciatori, rendendo impossibile ogni verifica, mentre il 29 luglio il gruppo ha rivendicato la petroliera NcC Ghazal, costretta a invertire la rotta dopo aver ignorato gli avvertimenti.

    La scelta del bersaglio non è casuale. Yanbu è il terminal all'estremità occidentale dell'oleodotto Est-Ovest di Aramco, l'infrastruttura su cui Riad ha dirottato gran parte delle esportazioni di greggio proprio per aggirare i rischi di Hormuz e la capacità in uso è salita a circa sette milioni di barili al giorno contro un milione prima della guerra. Gli Emirati hanno seguito la stessa logica con l'oleodotto Habshan-Fujairah. Ma il petrolio caricato a Yanbu deve poi uscire dal Mar Rosso attraverso Bab el-Mandeb, esposto ai droni e ai missili Houthi, oppure risalire il Canale di Suez. Per comprendere il raggio d’azione degli Houthi, bisogna ricordare che il 29 luglio un drone ha colpito una petroliera a Damietta, cinquanta chilometri in linea d'aria dallo sbocco mediterraneo del canale.

    Antonio Illariuzzi

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