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Podcast K44

Cronaca

  • Sequestrati in Sicilia due autocarri con targhe non proprie

    Sequestrati in Sicilia due autocarri con targhe non proprie

    La Sezione Polizia Stradale di Caltanissetta ha sequestrato due autocarri intestati a una ditta autotrasporto che erano privi di copertura assicurativa e con targhe riferite ad altri veicoli. Il secondo camion era stato inviato dall'impresa per trasbordare il carico del primo. Sanzioni per circa 8mila euro.

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  • Rhenus riunisce a Padova trasporto e magazzino

    Rhenus riunisce a Padova trasporto e magazzino

    Dal primo trimestre del 2027 Rhenus concentrerà nell'Interporto di Padova trasporto nazionale e internazionale, spedizioni e magazzinaggio, su 10mila metri quadrati. Due magazzini attuali confluiranno nel nuovo sito, mentre a Dubai ha aperto un ufficio dedicato alla logistica umanitaria.

    Una petroliera mette in gioco il blocco Usa a Hormuz

    Alle 16.00 (ora italiana) del 13 aprile 2026 è entrato in vigore il blocco della Marina statunitense verso tutte le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz e che nel contempo hanno come partenza o destinazione un porto iraniano, misura decisa da Trump per contrastare il parziale blocco iraniano (che esclude le navi legate a Paesi ritenuti “amici” dell’Iran. Da quell’ora, la prima nave ad attraversare lo stretto è stata la portacontainer, la Paya Lebar, che batte bandiera di Antigua & Barbuda. Ma secondo i criteri statunitensi, non è stata fermata, perché è diretta nel porto di Dubai, proveniente dal porto indiano di Nhava Sheva. La nave è stata lasciata transitare anche dall’Iran.

    Completamente diverso è però il caso della seconda nave che sta attraversando lo Stretto di Hormuz, perché è una petroliera già sanzionata dagli Stati Uniti nel 2023 – avendo più volte violato l’embargo energetico verso l’Iran - e quindi potrebbe essere soggetta al blocco statunitense. Il condizionale è d’obbligo, perché la nave non avrebbe toccato nel Golfo Persico un porto iraniano, ma l’ultimo porto noto è quello di Hamriyah, negli Emirati Arabi Uniti. La nave è diretta in Cina e secondo i tracciamenti satellitari pubblici, la nave ha prima invertito la rotta, con l’entrata in vigore del blocco, poi ha rimesso la prua verso lo stretto, che ha attraversato con un carico di 250mila barili di metanolo.

    Ora si attende che cosa deciderà Washington, perché la questione è complessa. Da un lato la nave è sotto sanzione, quindi dovrebbe essere soggetta a un intervento statunitense, però non sembra aver toccato porti dell’Iran (quindi non ha caricato prodotti iraniani) e il blocco di aprile dovrebbe comprendere sole le navi che hanno come destinazione e partenza uno scalo dell’Iran. A complicare la questione è il fatto che la Rich Starry batte bandiera del Malawi, elemento che la rende sospetta, ma nello stesso tempo è di proprietà cinese. Secondo diverse fonti, la petroliera appartiene alla società Full Star Shipping, riconducibile al gruppo Shanghai Xuanrun Shipping, che come la nave è soggetto a sanzioni statunitensi. Anche il suo equipaggio sarebbe di nazionalità cinese.

    La nave è quindi cinese e sta trasportando un carico diretto alla Cina. Ricordiamo che il 13 aprile 2026 è entrato in vigore il regolamento cinese che autorizza Pechino a intervenire se azioni che avvengono in un cotesto extraterritoriale avvengono azioni “improprie” o “indebite” da parte di Stati terzi che producono effetti in Cina o colpiscono interessi cinesi. E questo sembra proprio il caso di un eventuale fermo della Rich Starry da parte della Marina militare statunitense.

    Washington deve quindi affrontare un dilemma: lasciare passare la Rich Starry, mostrando così che la dichiarazione del blocco di Hormuz è un bluff e dimostrandosi una “tigre di carta”, oppure fermare la nave (è difficile che vanga “distrutta” come ha minacciato nei giorni precedenti Trump”) e però poi gestire un sequestro in acque internazionali di un assetto cinese? Nel secondo caso, non è necessario neppure che Pechino invochi la sua flotta militare (de è già diventata oceanica). Basterebbe limitare le forniture agli Stati Uniti di gallio e germanio (di cui la Cina ha praticamente il monopolio di estrazione e raffinazione), di tungsteno (di cui detiene l’80% della raffinazione) e una produzione elevata di altri minerali necessari a Trump per ricostruire l’arsenale brucia in Iran e per attuare il suo imponente programma di riarmo.

    M.L.

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