Secondo quanto riportato da Bloomberg il 26 giugno 2026, funzionari dell’Oman (che insieme all’Iran può controllare i transiti nello Stretto di Hormuz) hanno detto ai loro omologhi europei che il sultanato continuerà a rispettare il diritto marittimo internazionale, ma che potrebbero essere introdotte tariffe per servizi legati alla bonifica dello stretto o all'assistenza alla navigazione, ma ha chiarito se queste tariffe sarebbero obbligatorie per tutte le navi. A tal fine, Muscat starebbe valutando i sistemi adottati in altri punti di passaggio strategici nel mondo, compreso lo stretto di Malacca in Asia, dove non esistono tariffe di navigazione obbligatorie ma solo costi per servizi specifici di sicurezza e assistenza, condivisi tra Indonesia, Malesia e Singapore.
Una eventuale introduzione di tariffe per le navi in transito potrebbe costare decine di miliardi di dollari all'anno a trader di materie prime e armatori. Diversi Governi - tra cui quelli di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti - sono sempre più preoccupati che il sultanato possa arrivare a un sistema di pedaggi condiviso con l'Iran per lo stretto di Hormuz e hanno avvertito che un sistema di questo tipo violerebbe il diritto marittimo internazionale. Il 29 giugno, il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà a Parigi il sultano Haitham bin Tariq, in un momento in cui le potenze mondiali intensificano gli sforzi per garantire il passaggio libero attraverso lo stretto. Secondo l'ufficio di Macron, i due leader discuteranno della sicurezza delle rotte marittime, che dipende dal passaggio libero e incondizionato attraverso Hormuz.
L'Oman, alleato degli Stati Uniti ma con legami stretti anche con l'Iran, è talvolta definito la "Svizzera del Medio Oriente" per la sua posizione di neutralità nei conflitti geopolitici della regione, e in passato aveva mediato tra Washington e Teheran prima dello scoppio del conflitto. I segnali di Muscat sugli sviluppi futuri dello stretto restano comunque contrastanti: il 23 giugno il sultanato ha pubblicato una dichiarazione congiunta con l'Iran in cui si parlava della gestione operativa della rotta e dei relativi costi, mentre due giorni dopo ha firmato una dichiarazione con Stati Uniti e Consiglio di cooperazione del Golfo che rigettava qualsiasi tariffa, pedaggio o tentativo di controllo unilaterale sullo stretto.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, in visita in Bahrein, ha detto che l'Oman ha confermato durante l'incontro e nella dichiarazione firmata che non ci saranno tariffe né pedaggi, definendo la notizia positiva. Funzionari omaniti avrebbero comunque riferito ai colleghi europei di subire pressioni da parte dell'Iran, che durante il conflitto ha lanciato missili e drone in diverse aree del Medio Oriente, compreso lo stesso Oman, e che resta la principale potenza militare nel Golfo Persico nonostante i danni subiti dalle proprie forze armate negli attacchi statunitensi e israeliani.
L'instabilità diplomatica si è intrecciata, nell'ultima settimana di giugno, con altrettanto marcata instabilità operativa nello stretto. L'accordo di tregua tra Washington e Teheran, siglato il 14 giugno a margine del G7 di Versailles, prevede un cessate il fuoco entrato in vigore il 18 giugno e la riapertura dello stretto senza pedaggi per 60 giorni. Prima del conflitto il traffico giornaliero era di circa 125-130 navi, ma durante il blocco era crollato fino al 90 per cento sotto i livelli prebellici.
Sabato 21 giugno le Guardie rivoluzionarie iraniane (Irgc) hanno dichiarato lo stretto nuovamente chiuso in risposta ai bombardamenti israeliani sul Libano, facendo crollare i transiti da 26 navi a soli 5 il giorno successivo, con la società di intelligence marittima Windward che rilevava appena 12 transiti domenica, per lo più imbarcazioni iraniane soggette a sanzioni. Lunedì 22 il traffico ha ripreso, seppure timidamente: quattro gasiere del Qatar, la Wadi Al Sail, la Mekaines, la Al Sadd e la Mesaimeer, sono entrate nello stretto per la prima volta dall'inizio della guerra, utilizzando la rotta settentrionale di pertinenza iraniana, mentre due petroliere di grandi dimensioni sono uscite verso il Golfo dell'Oman. Il Centro comune d’informazione marittima (Jmic) della Marina statunitense ha confermato in giornata la riapertura della rotta meridionale lungo le acque omanite, senza obbligo di coordinamento.
Il 23 giugno il segretario generale dell'Organizzazione Marittima Internazionale, Arsenio Dominguez, ha lanciato formalmente il piano di evacuazione per lo stretto di Hormuz, articolato su due corridoi: una rotta settentrionale nelle acque iraniane e una rotta meridionale in quelle omanite. Il piano riguarda circa 500-600 navi commerciali e oltre 11mila marittimi rimasti bloccati nel Golfo Persico dal mese di marzo. Il numero di transiti quotidiani si attestava in quei giorni tra i 27 e i 37 mezzi secondo la società di analisi Kpler.
Mercoledì 24 giugno ha segnato il picco della settimana e la giornata più trafficata dall'inizio del conflitto, con dati differenti secondo le fonti: Kpler ha registrato 70 navi in entrambe le direzioni, mentre AXSMarine ne ha contate 62, il numero più alto dal 28 febbraio, pari al 53 percento dei transiti registrati nello stesso giorno del 2025. Le petroliere in uscita trasportano almeno 11 milioni di barili di greggio, in prevalenza provenienti da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Iran. Il prezzo del petrolio Brent è quindi sceso verso i 74,08 dollari al barile (-1,9 percento), per effetto della riduzione del premio geopolitico legato al rischio sulle forniture.
Giovedì 25 giugno, alle 14:10 Utc, è avvenuto il fatto più grave della settimana: la portacontainer Ever Lovely - di bandiera singaporiana e gestita dalla taiwanese Evergreen Marine - è stata colpita da un drone sul lato di dritta mentre usciva dallo stretto lungo il corridoio meridionale, a circa 7,5 miglia nautiche a sud-est di Dahit, in territorio omanita. L'Ufficio Marittimo per il Commercio del Regno Unito (Ukmto) ha confermato l'attacco, segnalando danni alla plancia di comando senza vittime né impatti ambientali e i 21 membri dell'equipaggio sono risultati incolumi. Il Governo statunitense ha attribuito l'attacco a un drone della componente navale delle Guardie rivoluzionarie iraniane (Irgc-N). La cosiddetta Persian Gulf Strait Authority, organismo creato da Teheran per la gestione del transito, aveva diffuso quella stessa mattina un avviso via radio, segnalando rischi per le navi che transitano senza autorizzazione iraniana o senza il rispetto del sistema di identificazione automatica Ais. Le Guardie Rivoluzionarie avrebbero inoltre ordinato l'inversione di rotta ad almeno tre petroliere a metà del transito, tra cui la Blue Star 1, di bandiera del Togo.
A seguito dell'attacco, l'Imo ha sospeso immediatamente il proprio piano di evacuazione per verificare le condizioni di sicurezza nell'area. Evergreen Marine ha precisato che la Ever Lovely stava seguendo la rotta raccomandata dall'Ukmto e non quella indicata dal piano dell'Imo. Il segretario di Stato statunitense Rubio, che si trovava in Bahrein per un summit del Consiglio di cooperazione del Golfo, ha dichiarato che nessun Paese ha il diritto di controllare o imporre pedaggi su uno stretto internazionale, mentre una dichiarazione ministeriale congiunta del Consiglio ha rigettato qualsiasi forma di tariffa o controllo unilaterale sulla rotta.
Venerdì 26 giugno i transiti sono calati in modo marcato rispetto al picco di mercoledì: secondo Kpler, le petroliere in transito sono passate da 27 mercoledì a 24 giovedì e a 13 venerdì. Nonostante la frenata, almeno quattro petroliere, tra cui tre Vlcc, sono entrate nel Golfo per caricare greggio, e due superpetroliere hanno fatto altrettanto per il carico di petrolio iraniano. L'analista di Bimco Jakob Larsen ha definito l'attacco un colpo ai piani di evacuazione, pur osservando che alcuni transiti possono ancora avvenire, e ha sottolineato la necessità di accordi chiari tra Stati Uniti e Iran sul ripristino pieno del traffico marittimo. Aristidis Alafouzos, di Okeanis Eco Tankers, non prevede un'interruzione rilevante dei transiti di greggio, ma osserva che l'Arabia Saudita continua a reindirizzare parte delle proprie esportazioni attraverso il Mar Rosso, dal terminal di Yanbu, evitando del tutto il Golfo. I premi assicurativi per il rischio di guerra sono saliti fino allo 0,7 per cento del valore dello scafo per singolo transito, contro lo 0,05 per cento registrato prima del conflitto.
Il negoziatore capo iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato, in un incontro in Svizzera, che lo stretto non tornerà mai alle condizioni precedenti alla guerra e sarà amministrato dalla Repubblica islamica. Al 26 giugno il traffico nello stretto rappresentava ancora solo il 50-55 per cento dei livelli registrati prima del conflitto, con circa 11mila marittimi che restano bloccati nel Golfo in attesa di essere evacuati.










































































