L’Africa sta attraversando una fase di espansione del commercio, sostenuta dall’Area di Libero Scambio Continentale Africana e dalla crescita delle filiere agroalimentari. In questo contesto, il rapporto pubblicato da Ocean Network Express il 14 aprile 2026 mette in evidenza un vincolo operativo sempre più grave: la carenza di container refrigerati rispetto alla domanda generata dall’esportazione di prodotti deperibili. Il fenomeno, definito “reefer gap”, si manifesta in particolare nei principali gateway portuali dell’Africa australe e orientale.
Al centro della questione c’è la struttura dei flussi commerciali. Le importazioni dall’Asia verso Paesi come Sudafrica e Kenya sono costituite prevalentemente da beni manifatturieri - macchinari, plastiche e prodotti tessili - che viaggiano in container a secco. Al contrario, le esportazioni africane sono sempre più orientate verso prodotti agricoli ad alto valore aggiunto, che richiedono condizioni controllate di temperatura e umidità. Questo disallineamento genera uno squilibrio di equipaggiamento che, nei periodi di picco stagionale, si traduce in una marcata carenza di unità refrigerate disponibili. I dati del 2024, richiamati dal rapporto di Ocean Network Express, mostrano che fino al 55% della domanda di container refrigerati a Durban e il 30% a Mombasa non è stato soddisfatto dai flussi in ingresso. È un’anomalia strutturale che incide direttamente sulla capacità degli operatori di pianificare le spedizioni e garantire la continuità della catena del freddo.
Il quadro è strettamente legato alla crescita dell’export agricolo. Il Sudafrica si conferma il principale snodo del traffico di container del continente, con un profilo delle importazioni dominato dal settore automobilistico e un’esportazione concentrata sugli agrumi, che rappresentano circa il 40% dei volumi in uscita. Negli ultimi dieci anni, le esportazioni ortofrutticole sudafricane hanno registrato una crescita media annua del 4,6%, con un ampliamento del portafoglio verso mele, uva e ciliegie.
Parallelamente, il Kenya si sta affermando come hub regionale ad alta crescita. Secondo i dati elaborati da S&P Global Market Intelligence, le esportazioni di frutta registrano un tasso medio annuo del 13,9%, con una dinamica trainata in particolare dagli avocado. Dal 2015 la produzione è aumentata di quattro volte, portando il Paese a porsi come sesto produttore mondiale. Questo sviluppo ha accelerato la domanda di trasporto refrigerato su lunghe distanze, elemento essenziale per preservare la qualità dei prodotti e mantenerne il valore sui mercati internazionali.
Alla componente strutturale si aggiunge un fattore geografico. Le principali aree produttive si trovano lontano dai porti: le coltivazioni di agrumi del Limpopo in Sudafrica e le aree centrali del Kenya, come Murang’a, Kiambu e Nakuru, distano centinaia di chilometri dai terminal marittimi. Ciò comporta la necessità di trasferire container refrigerati vuoti dall’area portuale verso l’entroterra, con un aumento dei costi operativi e una maggiore complessità nella gestione delle flotte.
In questo contesto, il rapporto di Ocean Network Express individua una leva operativa nella diffusione dei container refrigerati non operativi, noti come Non-Operating Reefers. La soluzione consiste nell’utilizzare queste unità, con il sistema di refrigerazione disattivato, per il trasporto di merci secche in importazione. In questo modo i container sono instradati direttamente verso le aree agricole interne, riducendo la necessità di trasferimenti a vuoto. L’adozione di questa strategia consente di intervenire su più livelli. Da un lato, permette di contenere i costi legati al riposizionamento delle attrezzature, che rappresentano una voce crescente per gli operatori logistici. Dall’altro, migliora la disponibilità di container refrigerati nei pressi dei centri di lavorazione agricola, dove le unità possono essere rapidamente attivate e utilizzate per le esportazioni.
Un ulteriore elemento riguarda le caratteristiche tecniche delle unità. I container refrigerati, anche quando utilizzati senza alimentazione, offrono condizioni di isolamento e pulizia superiori rispetto a quelli a secco standard, caratteristica che li rende adatti al trasporto di merci destinate a filiere sensibili, contribuendo a mantenere livelli qualitativi elevati lungo tutta la catena logistica. Dal punto di vista dei flussi, l’approccio bidirezionale consente di ridurre l’asimmetria tra importazioni ed esportazioni, trasformando una criticità strutturale in un’opportunità di miglioramento. La disponibilità di container già posizionati nelle aree produttive consente infatti di ridurre i tempi di risposta durante i picchi stagionali e di migliorare la pianificazione delle spedizioni.
Mara Gambetta







































































