La Corte d'appello di Bari, con sentenza dell'8 luglio 2026, ha confermato le assoluzioni pronunciate in primo grado per l'armatore Carlo Visentini, per la società Visemar di Navigazione e per Anek Lines nel procedimento penale sul naufragio e l'incendio del traghetto Norman Atlantic, riducendo al contempo le pene per i tre unici condannati: il comandante Argilio Giacomazzi, il primo ufficiale di macchina Gianluca Assante e il marittimo Francesco Nardulli. I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile l'appello della Procura contro le assoluzioni delle due società armatrice e noleggiatrice, chiudendo così, sul fronte italiano, il capitolo delle responsabilità delle persone giuridiche.
Il naufragio avvenne nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2014 al largo delle coste albanesi, durante la traversata tra Patrasso e Ancona sulla linea Grecia-Italia operata da Anek Lines con una nave di bandiera italiana di proprietà di Visemar. L'incendio, sviluppatosi nel garage, causò 31 morti e 19 dispersi, oltre a decine di feriti, in una delle operazioni di soccorso più complesse degli ultimi decenni nel Mediterraneo.
Il primo grado italiano, concluso nel 2023 davanti al Tribunale di Bari, aveva già delineato un quadro fortemente selettivo: tre condanne per naufragio colposo a fronte di ventuno assoluzioni, con alcune imputazioni dichiarate prescritte, in particolare sul fronte dell'omicidio colposo. La Procura generale ha impugnato quella sentenza puntando a un accertamento più ampio della catena di responsabilità, includendo l'armatore, i vertici societari e la gestione dell'emergenza a bordo, e chiedendo il riconoscimento dell'aggravante per violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. La Corte d'appello ha ritenuto infondate queste richieste, mantenendo fermo l'impianto assolutorio verso armatore e società e limitandosi a rimodulare le pene dei tre condannati.
Parallelamente al procedimento italiano corre da anni un secondo binario giudiziario, in Grecia, dove il Tribunale del Pireo ha condannato in primo grado nel 2021 alcuni dirigenti e funzionari di Anek Lines, con pene inizialmente severe poi ridimensionate nella loro efficacia pratica per effetto dei meccanismi di conversione e delle regole locali su sospensione e riduzione della sanzione. La Procura di Bari ha sempre sostenuto che quel giudicato non fosse automaticamente valido in Italia, un punto che spiega perché il fronte italiano sia proseguito autonomamente anche dopo le decisioni greche: una condanna emessa nei confronti di dirigenti Anek in Grecia non preclude, nell'ordinamento italiano, l'accertamento indipendente di responsabilità diverse o ulteriori, specie per figure non coperte dal giudicato ellenico.
Questa duplicazione di giurisdizioni riflette la complessità del caso: una nave di bandiera italiana, di proprietà di una società italiana, noleggiata e operata da una compagnia greca su una rotta internazionale, con un equipaggio e una catena di comando distribuiti tra più soggetti societari. Il risultato, a dieci anni dal naufragio, è un quadro di responsabilità penale riconosciuta in modo circoscritto in Italia - limitata alle condotte individuali di tre membri dell'equipaggio - e più estesa in Grecia, dove i vertici della compagnia noleggiatrice sono stati raggiunti da condanne dirette, seppur attenuate negli effetti pratici. La sentenza della Corte d'appello di Bari è impugnabile in Cassazione, mentre sul fronte greco, il procedimento relativo ai dirigenti di Anek Lines non risulta ancora definito con un giudicato pienamente stabilizzato.
Antonio Illariuzzi




































































