Il giudice per le indagini preliminari di Savona ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di otto persone, secondo l'accusa responsabili e dipendenti di due società coinvolte nella gestione della manodopera. Le misure sono state eseguite in sei province - Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina - a indicare la natura interregionale dell'organizzazione contestata. Gli arrestati sono sette cittadini indiani e un cittadino pakistano, di età compresa tra i 28 e i 50 anni. Altre cinque persone risultano indagate a piede libero: due responsabili della società genovese, due soggetti di un'ulteriore impresa bresciana accusati di aver rilasciato falsi attestati di formazione sulla sicurezza per attività ad alto rischio, e un collaboratore indiano delle due società sottoposte a controllo giudiziario.
Il gip ha inoltre disposto il controllo giudiziario per due società con sede a Brescia e a Genova, ritenute secondo l'accusa beneficiarie dell'attività d’intermediazione e impiego della manodopera. Il controllo giudiziario consente la prosecuzione dell'attività d'impresa sotto la supervisione dell'autorità giudiziaria, con l'obiettivo di rimuovere i profili d’illegalità senza interrompere il ciclo produttivo. Il sequestro preventivo di 277mila euro corrisponde, secondo gli investigatori, al profitto del reato e alle somme che le vittime avrebbero periodicamente restituito agli sfruttatori.
L'indagine nasce nel maggio 2025 da un controllo dei Carabinieri in un cantiere del porto di Vado Ligure, in provincia di Savona, dove vengono realizzati i cassoni necessari alla costruzione della Nuova diga foranea del porto di Genova. Il cantiere rientra nel perimetro del progetto PerGenova Breakwater, consorzio incaricato della costruzione della diga, opera dal valore complessivo stimato in oltre 1,3 miliardi di euro e considerata centrale nel potenziamento del porto di Genova come hub logistico europeo.
Nel corso del controllo del maggio 2025 sono emerse le prime anomalie relative all'impiego di lavoratori stranieri, tutti di nazionalità indiana, occupati nella costruzione dei cassoni di calcestruzzo. Nei mesi precedenti all'inchiesta, alcune sigle sindacali avevano già segnalato condizioni di forte precarietà per i circa 120-130 edili indiani impiegati nel cantiere, in particolare dopo la rescissione del contratto tra Fincosit, committente, e la società Rbb, con il conseguente rischio di perdita del posto di lavoro.
Secondo quanto contestato dall'accusa, il sistema si fondava su un reclutamento e una gestione della manodopera tramite un intreccio di società e intermediari. I lavoratori, impiegati nei cantieri di Vado Ligure e in altri cantieri sul territorio nazionale, sarebbero stati formalmente assunti in regola ma di fatto sottoposti a condizioni lavorative e abitative deteriori. Le indagini descrivono salari corrisposti regolarmente sulla carta, ma con l'obbligo per i lavoratori di restituire agli intermediari una quota consistente dello stipendio ricevuto, trattenuta come compenso per la mediazione e la gestione logistica. Le condizioni abitative contestate includono alloggi sovraffollati e standard igienico-sanitari inadeguati, in un contesto di dipendenza economica e documentale dei lavoratori nei confronti degli intermediari.
L'impianto accusatorio comprende anche la falsificazione di attestati di formazione sulla sicurezza per lavoratori destinati ad attività ad alto rischio, documenti necessari per operare in un cantiere ad alta complessità come quello dei cassoni della diga. Secondo l'accusa, questa falsificazione avrebbe permesso l'impiego di personale non adeguatamente formato in mansioni pericolose, con un trasferimento del rischio sui lavoratori e una riduzione dei costi di formazione e gestione per le imprese coinvolte.
Il reato al centro del procedimento è quello d’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, previsto dall'articolo 603-bis del Codice Penale, norma introdotta e successivamente rafforzata per contrastare il caporalato, fenomeno emerso in forma più evidente nel settore agricolo. L'inchiesta di Savona sposta l'attenzione di questo reato su un comparto a elevata intensità di capitale e tecnologia come quello delle grandi opere portuali e infrastrutturali. Il gip ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e la necessità di misure cautelari urgenti, ordinando la custodia in carcere per gli otto indagati principali e il controllo giudiziario delle due società.
L'inchiesta non incide direttamente sulla prosecuzione del progetto della Nuova diga foranea, ma evidenzia una vulnerabilità strutturale legata alla dipendenza da catene di subappalto e da segmenti di manodopera esposti a rischio di sfruttamento. Nel 2025 venne firmato a Savona un protocollo d'intesa su occupazione e condizioni di lavoro tra istituzioni, consorzio PerGenova Breakwater e parti sociali, a indicare che la complessità occupazionale del progetto era nota agli attori istituzionali. Per il porto di Genova, che punta a consolidare il proprio ruolo di hub euro-mediterraneo, la vicenda giudiziaria riguarda un cantiere chiave dell'opera presentata come elemento di modernizzazione infrastrutturale dello scalo. Resta inoltre aperta la questione della continuità occupazionale per i lavoratori coinvolti nei cantieri dei cassoni, già al centro di vertenze sindacali per la precarietà contrattuale legata alla rescissione tra Fincosit e Rbb.











































































