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    L’impatto su energia e noli della crisi di Hormuz

    • Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz ha subito un arresto quasi totale all’inizio di marzo 2026. Secondo l’Unctad i transiti giornalieri sono crollati da una media di 129 navi registrata a febbraio a sole quattro unità il 9 marzo, una riduzione del 97% che blocca uno dei principali corridoi energetici mondiali.
    • L’impatto si riflette immediatamente sui costi logistici del trasporto energetico. I noli delle petroliere e delle navi per prodotti raffinati sono aumentati fino al 72%, mentre i premi assicurativi contro i rischi di guerra sono quadruplicati. Anche il carburante navale ha registrato aumenti prossimi al raddoppio.
    • La crisi logistica si trasferisce ai mercati energetici e agricoli. Il petrolio Brent ha superato 90 dollari al barile (+27%) e il gas naturale europeo ha raggiunto 55,8 euro per megawattora (+74%). Il blocco coinvolge inoltre il commercio marittimo dei fertilizzanti, con possibili effetti sulla sicurezza alimentare in molti Paesi in via di sviluppo.

     

    Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz ha subito un crollo quasi totale all’inizio di marzo 2026, trasformando uno dei principali corridoi energetici globali in un punto di strozzatura logistico di portata sistemica. Secondo il rapporto pubblicato dall’Unctad il 10 marzo 2026, i transiti giornalieri sono passati da una media di 129 navi registrata nel mese di febbraio a sole quattro unità il 9 marzo. La riduzione è pari al 97% e riflette l’impatto immediato del conflitto militare nella regione del Golfo Persico.

    Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi più sensibili della logistica energetica mondiale. Nel 2024 attraverso questo passaggio transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 25% del commercio globale di petrolio trasportato via mare. Di questo volume, circa 14 milioni di barili riguardano greggio e condensato mentre altri sei milioni di barili sono costituiti da prodotti petroliferi raffinati.

    Il corridoio concentra quote molto elevate dei traffici energetici e chimici globali. Prima dell’attuale crisi lo Stretto movimentava il 38% del greggio trasportato via mare, il 29% del gas di petrolio liquefatto, il 19% del gas naturale liquefatto e circa il 13% dei prodotti chimici e fertilizzanti. La quasi paralisi del traffico marittimo lungo questa rotta produce quindi un impatto immediato non solo sui mercati energetici, ma sull’intera catena logistica globale che collega i produttori del Golfo con i mercati asiatici ed europei.

    L’analisi delle visualizzazioni contenute nel rapporto evidenzia la rapidità del blocco. Il grafico dei transiti giornalieri mostra un traffico stabile tra il 1° e il 27 febbraio, con una media di 129 navi e picchi fino a 141 unità giornaliere. Dal 28 febbraio si registra invece una discesa improvvisa: i transiti scendono a 20 navi il 1° marzo, poi a 10, quindi a tre unità, fino alle quattro navi registrate il 9 marzo. La traiettoria indica una paralisi quasi completa del corridoio marittimo.

    Dal punto di vista logistico il primo effetto riguarda l’esplosione dei costi di trasporto marittimo. Secondo i dati citati dall’Unctad, tra il 27 febbraio e il 6 marzo 2026 l’indice Bdti, che misura i noli delle petroliere per il trasporto di greggio, è aumentato del 54%. Ancora più marcata la crescita dell’indice Bcti, relativo al trasporto di prodotti raffinati, che registra un incremento del 72%. Parallelamente crescono i costi operativi delle navi. A Singapore il prezzo del carburante navale a basso contenuto di zolfo ha raggiunto 874 dollari per tonnellata, quasi il doppio rispetto ai livelli precedenti (+99%). Il carburante ad alto contenuto di zolfo ha toccato 1020 dollari per tonnellata (+100%). Questi aumenti incidono direttamente sui costi complessivi del trasporto marittimo e vengono trasferiti lungo tutta la filiera energetica.

    L’aumento più marcato riguarda tuttavia le assicurazioni contro i rischi di guerra. Secondo l’analisi dell’Unctad il premio base è passato dallo 0,25% all’1% del valore della nave, un incremento del 300%. Per una petroliera di grandi dimensioni con un valore stimato di 100 milioni di dollari, il costo dell’assicurazione per un singolo viaggio passa da circa 250.000 dollari a circa un milione di dollari. Questo aumento incide in modo diretto sui costi di trasporto e può ridurre ulteriormente la disponibilità di tonnellaggio disposto a transitare nella regione.

    La crisi dello Stretto ha inoltre una dimensione geografica molto sbilanciata. L’Asia rappresenta il principale mercato di destinazione delle esportazioni energetiche che attraversano Hormuz. Secondo il rapporto dell’Unctad, la regione riceve circa 14,3 milioni di barili al giorno di greggio provenienti dal Golfo Persico, pari all’84% dei flussi che transitano nello Stretto. La quota asiatica è analoga anche per il gas naturale liquefatto, con circa 295 milioni di metri cubi al giorno, pari all’83% dei volumi complessivi. L’Europa è esposta in misura più limitata ma comunque rilevante. I Paesi europei assorbono circa l’11% del greggio e il 13% del gas naturale liquefatto che transitano nello Stretto. Anche questa quota relativamente contenuta può tuttavia influire sui prezzi energetici continentali in presenza di una forte riduzione dell’offerta globale.

    La tensione logistica si riflette immediatamente sui mercati energetici internazionali. Secondo i dati riportati nel rapporto, il prezzo del petrolio Brent è salito oltre i 90 dollari al barile (oltre 100 dollari all’11 marzo), con un aumento del 27% tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2026. Nello stesso periodo il gas naturale europeo ha raggiunto 55,8 euro per megawattora, con un incremento del 74%. L’Unctad sottolinea come questi movimenti dei prezzi si inseriscano in una dinamica storica ben documentata. I grafici contenuti nel rapporto mostrano che i picchi del prezzo del petrolio tendono a essere seguiti da aumenti dell’indice dei prezzi alimentari della Fao. Dinamiche analoghe si osservano anche per il gas naturale, i cui rialzi sono spesso associati a un incremento dei prezzi dei fertilizzanti azotati.

    Il collegamento tra energia e agricoltura rappresenta uno degli aspetti più critici dell’attuale crisi. Lo Stretto di Hormuz non è infatti solo una rotta energetica, ma anche un passaggio centrale per il commercio marittimo dei fertilizzanti. Nel 2024 circa un terzo dei fertilizzanti trasportati via mare a livello globale è transitato attraverso questo corridoio, per un totale di circa 16 milioni di tonnellate. Secondo l’analisi dell’Unctad il 67% di questi volumi riguarda l’Urea, un fertilizzante azotato la cui produzione dipende in modo diretto dal gas naturale. Un aumento dei prezzi del gas tende quindi a riflettersi rapidamente sui costi dei fertilizzanti e, in prospettiva, sui prezzi alimentari.

    L’impatto è particolarmente sensibile per diversi Paesi in via di sviluppo che dipendono in larga misura dalle forniture provenienti dal Golfo Persico. Le importazioni via mare attraverso Hormuz rappresentano il 54% del totale per il Sudan, il 36% per lo Sri Lanka, il 31% per la Tanzania e il 30% per la Somalia. In queste economie un aumento dei prezzi dei fertilizzanti può tradursi rapidamente in una pressione sui costi agricoli e sul prezzo degli alimenti.

    Alla dimensione logistica ed energetica si aggiunge infine una componente finanziaria. L’Unctad evidenzia come l’escalation nello Stretto stia già influenzando i mercati obbligazionari della regione. Tra il 27 febbraio e il 9 marzo 2026 i rendimenti dei titoli di Stato denominati in valuta estera sono aumentati in modo generalizzato. L’Iraq registra la crescita più marcata, con un aumento del rendimento dal 6,4% al 7,1%, pari a +0,64 punti percentuali. In Bahrein il rendimento passa dal 6,3% al 7,0% (+0,41 punti). Anche altri Paesi del Golfo mostrano incrementi diffusi: Giordania dal 6,0% al 6,4% (+0,24), Oman dal 5,2% al 5,3% (+0,26), Arabia Saudita dal 4,9% al 5,1% (+0,26), Qatar dal 4,7% al 4,8% (+0,27), Emirati Arabi Uniti dal 4,6% al 4,8% (+0,28) e Kuwait dal 4,3% al 4,4% (+0,28).

    Secondo l’analisi dell’Unctad questa dinamica segnala un aumento della percezione del rischio da parte degli investitori internazionali. Rendimenti più elevati implicano costi di finanziamento più alti per i Governi della regione, in un contesto in cui molte economie emergenti stanno già affrontando margini fiscali limitati e livelli di indebitamento elevati. La combinazione tra shock logistico, aumento dei costi energetici e tensioni finanziarie evidenzia quindi la natura sistemica della crisi in corso nello Stretto di Hormuz. Un corridoio marittimo attraverso cui transitano energia, fertilizzanti e materie prime strategiche diventa così un fattore determinante per l’equilibrio delle catene di approvvigionamento globali.

    P.R.

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