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    Come eliminare i colli di bottiglia dei terminal container

    Una guida della Banca Mondiale indica come individuare e ridurre i vincoli che limitano la capacità dei terminal container prima d’investire in nuove infrastrutture. Nel 2025, il 46,5% del tempo delle navi in porto è trascorso al di fuori dalle operazioni di carico e scarico.

    La ricostruzione dell’incidente Eni di Calenzano in due perizie

    Non fu una fatalità e neppure un’anomalia imprevedibile la causa che scatenò il 9 dicembre 2024 la terribile esplosione alla baia di carico del deposito Eni di Calenzano, causando la morte di tre autisti delle autobotti che erano al carico e due operai della manutenzione. Fu invece un fallimento sistemico, che emerge da due perizie: la prima richiesta dalla Procura di Prato, che sta indagando sull’evento, e la successiva richiesta dal Gip, Marco Malerba, che è la relazione tecnica depositata durante l’incidente probatorio. Due documenti redatti da esperti diversi ma che raggiungono la stessa conclusione: la sicurezza è stata sacrificata sull'altare della continuità produttiva.

    Le due perizie collimano sulla ricostruzione dei fatti. La mattina del 9 dicembre 2024 una squadra della società Sergen, addetta alla manutenzione della baia di carico, sta lavorando sulla valvola numero 577 per riconvertire una linea dismessa per la distribuzione di benzina alla distribuzione di carburante Hvo. Alle 10.21 gli operai iniziano l’operazione di sflangiatura della valvola, convinti che la linea sia dismessa e vuota. Ma la tubazione è in realtà ancora attiva e sotto pressione. Per 33 secondi una fessura diffonde benzina nell'aria, creando una nube di aerosol molto infiammabile. Al trentatreesimo secondo, il motore a scoppio di un carrello elevatore situato nei pressi crea l’innesco.

    La seconda perizia precisa che il carrello elevatore non era certificato per operare in atmosfere esplosive, le cosiddette zone Atex. Così, il calore del motore accende i vapori, scatenando una prima violenta esplosione nella fossa di servizio situata tra il corridoio Nord e la corsia 7. Da quel momento, la dinamica si trasforma in un inarrestabile effetto domino. Il fuoco avvolge immediatamente le autobotti che si trovano nelle corsie adiacenti, impegnate nelle operazioni di carico che Eni non aveva voluto sospendere.

    Proprio questa scelta, dettata secondo gli inquirenti dalla volontà di non perdere i 255mila euro di fatturato giornaliero del deposito, è individuata dai periti come la radice della tragedia. La compresenza di operai intenti a smontare valvole e autotrasportatori intenti a rifornire i mezzi ha creato una configurazione interferenziale che il Documento Unico di Valutazione dei Rischi (Duvri) dell’impianto non è stato in grado di governare, risultando, alla prova dei fatti, un apparato puramente formale e privo di efficacia operativa.

    La sequenza prosegue con una drammatica regolarità fisica: dopo una serie di scoppi minori, il calore sprigionato dall'incendio delle autobotti inizia a surriscaldare le cisterne fisse. Circa sei minuti dopo la prima deflagrazione, il gasolio all'interno della cisterna in corsia 3 raggiunge temperature tali da causare un cedimento strutturale. I periti hanno descritto questo scenario non come un’anomalia accidentale, ma come la concretizzazione di un rischio intrinseco e noto che un sistema di sicurezza "fragile" e frammentato non ha saputo intercettare. La perizia del Gip, in particolare, è durissima nel definire il Modello 23i di Eni come una struttura solo apparentemente robusta, incapace però di tradursi in una reale protezione per i lavoratori.

    La perizia chiesta dal procuratore capo Luca Tescaroli si è concentrata sulla dinamica meccanica e sulle colpe individuali. Tra gli esperti c’erano Roberto Vassale e Renzo Cabrino, che hanno lavorato alla strage di Capaci, mentre la perizia chiesta dal Gip, una relazione di 227 pagine, è stata firmata da ingegneri e professori (Di Benedetto, Lombardi, Dattilo, Vinardi) e ha portato l’analisi su piano organizzativo-strutturale.

    La chiusura dell’incidente probatorio, avvenuta a dicembre 2025, apre la strada al processo. Inizialmente sono stati indagati sette tra dirigenti e tecnici dell’Eni e due responsabili della Sergen e a settembre 2025 si è aggiunto un dipendente dell’Eni, che avrebbe fornito indicazioni errate sulle valvole. È sotto indagine anche l’Eni per responsabilità amministrativa. A ottobre 2025 il sito di Calenzano è stato dissequestrato e l’Eni ha annunciato che sarà riconvertito in una piattaforma per energie rinnovabili, delocalizzando il deposito.

    M.L.

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