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    Viberti presenta Evo, semirimorchio centinato competitivo

    Viberti presenta un nuovo semirimorchio centinato per il trasporto di merci varie con tara di 5.800 kg e prezzo di partenza di 26.500 euro. Ha struttura in acciaio S500, dotazioni complete e integrazione digitale per flotte e piccole imprese.

    L’autotrasporto contribuisce alla diffusione della Covid-19?

    Il 9 aprile 2020 la rivista online Scienza in Rete riporta i risultati di una ricerca del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo "Mauro Picone" del Cnr, secondo cui le città dove finora è stato rilevato il maggior numero di contagi sono situate lungo le principali autostrade italiane, tra cui spiccano la Milano-Napoli, la Torino-Piacenza, la Bologna-Ancona e la Modena-Bolzano. Inoltre, una delle due provincie con la più alta percentuale di contagiati rispetto alla popolazione è Piacenza, che è all’intersezione della Milano-Bologna con la Torino-Brescia. L’autore scrive che “da questi dati, viene naturale formulare l’ipotesi che il virus abbia viaggiato lungo l’autostrada”.

    Subito dopo, Sebastiani aggiunge: “A questo proposito, sarebbe interessante determinare con che frequenza sono stati colpiti dal virus gli autotrasportatori”. Questa però è solo una correlazione, che si può invertire affermando che “le province maggiormente colpite hanno capoluoghi con grande popolazione ed è naturale che si trovino lungo direttrici autostradali con elevato flusso”. L’autore aggiunge quindi ulteriori elementi alla sua ipotesi.

    Dopo avere analizzato il numero di contagi rilevati in alcuni giorni di marzo, Sebastiani nota che “passando dal 6 al 25 marzo, seppure si siano aggiunte delle province, esiste un nucleo di province comune a tutte e cinque le date, che contiene quelle di Piacenza e Cremona”, concludendo che “questo nucleo di province presenta per costruzione un’evoluzione dell’epidemia rappresentativa di quella su scala nazionale. Il fatto che queste province si trovino lungo la E70 e la E35 fornisce supporto all’ipotesi formulata. Osserviamo infine che il 6 marzo, prima del secondo lockdown a livello locale (decreto 8 marzo, entrata in vigore 9 marzo), c’era già un focolaio lungo la costa adriatica, connesso a quello lombardo dalla E35 e E55, e infatti il decreto riguardava anche la provincia di Pesaro Urbino”.

    In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 12 aprile, Sebastani torna sull’ipotesi che il coronavirus potrebbe essersi spostato sul camion, spiegando che la ricerca mostra che le provincie più colpite dal 6 al 25 marzo sono lontane tra loro, ma nello stesso tempo sono unite dalle principali arterie autostradali, aggiungendo che è meno probabile che il coronavirus abbia viaggiato su autovetture private, anche se non chiarisce perché.

    C’è però una considerazione da fare sugli autotrasportatori: quelli che operano sulle lunghe distanze (e che quindi potrebbero essere portatori del virus secondo Sebastiani) hanno un elevato grado d’isolamento sociale, almeno quando sono in viaggio. Dormono da soli in cabina in parcheggi dove nelle ore notturne c’è scarso affollamento e anche i contatti al carico e allo scarico sono sporadici. Inoltre, proprio a marzo sono stati ulteriormente ridotti perché le aziende destinatarie dei trasporti hanno attuato provvedimenti che hanno isolato ulteriormente i camionisti.

    In pratica, le occasioni di contatto di un autista di linea sono solo il pranzo e la cena, la sosta notturna e le operazioni di carico e scarico. Considerando anche lo scarso numero dei camionisti che svolgono viaggi su lunghe percorrenze autostradali rispetto alla popolazione totale, è difficile pensare che l’autotrasporto sia un veicolo importante di contagio. Ovviamente non mettiamo in dubbio la correttezza della ricerca dal punto di vista matematico, ma probabilmente le formule non considerano le modalità operative e lo stile di vita degli autisti. Insomma, l’ipotesi del camionista portatore del coronavirus è ancora tutta da dimostrare, possibilmente con argomenti più solidi.

    Dopo la pubblicazione di questo articolo ci ha scritto il professor Sebastiani per precisare alcuni punti della sua ricerca. Ecco il testo del messaggio.

    “Voglio precisare che il motivo per cui ritengo che il traffico veicolare possa aver contribuito con minor probabilità di quello degli autocarri alla diffusione dell'epidemia è legato alla distanza media molto più bassa del traffico di pendolarismo giornaliero. Nel periodo iniziale febbraio - inizio marzo, gli autotrasportatori penso abbiano avuto grande possibilità di essere contagiati e di contagiare a loro volta. È vero che dormono in cabina, ma mangiano in autogrill e hanno contatti col personale dei punti di destinazione.

    “Un esempio riguarda il settore ortofrutticolo: gli autisti hanno contatti con una persona al centro di smistamento di una grande città, ma quella persona è a contatto con altre della struttura ed alcune di esse hanno contatto con i venditori al dettaglio, che hanno contatto con molti consumatori. Ho rilasciato due interviste di recente, una alla testata La Nazione e l'altra a La Nuova Ferrara. La giornalista della prima testata mi ha detto che nel periodo iniziale dell'epidemia molti autotrasportatori chiamavano il numero dedicato per chi ha dei sintomi sospetti. Il giornalista dell'altra testata mi ha contattato proprio perché loro, indipendentemente dal mio articolo, stavano indagando sulle cause per cui province come quella di Ferrara e Rovigo siano state colpite molto meno delle altre vicine e avevano ipotizzato proprio che la posizione rispetto alla A1 avesse un ruolo rilevante.

    “Ovviamente, quelle che ho fornito sono solo delle evidenze a favore dell'ipotesi formulata. Penso però che sia utile approfondire l'argomento. Questo ovviamente non nell'ottica di colpevolizzare una categoria alla quale in questo momento dobbiamo tutti molto e che ho letto che si trova a lavorare in condizioni davvero indecorose e di scarso igiene (ho letto dei divieti ad usare i servizi pubblici lungo le autostrade), ma per la salvaguardia della loro salute, di quella dei loro familiari e di tutte le persone che possono essere raggiunte dalla catena dei loro contatti.

    “Questo andrebbe fatto in generale, per individuare le categorie più a rischio di contrarre l'infezione e di veicolare la sua diffusione, allo scopo di proteggerle e monitorarle. Voi che avete modo di diffondere le idee in ampi bacini, spero che esortiate i decisori ad agire in questa direzione, per il bene comune”.

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