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    Arcese risponde sulla sentenza autisti e sulla sede


    Dopo la pubblicazione della sentenza del Tribunale di Rovereto del 12 gennaio 2018, che condanna Arcese Trasporti a pagare un risarcimento per il licenziamento di alcuni autisti, l'amministratore delegato dell'azienda, Matteo Arcese, ha annunciato la volontà di trasferire la sede legale fuori dal Trentino. Questa dichiarazione ha scatenato una polemica che ha coinvolto sindacati, esponenti politici e delle imprese. Dopo quasi una settimana dalla diffusione della sentenza, l'azienda di Arco fornisce la sua posizione sull'intera vicenda.
    Riguardo alla sentenza del giudice del Lavoro, Arcese ricostruisce la complessa vicenda che ha portato al licenziamento degli autisti, sottolineando la sua "perfetta buona fede" perché ha "gestito le crisi degli anni passati con percorsi condivisi con le organizzazioni sindacali, territorio e ministeri". L'azienda spiega che la vicenda inizia con la comunicazione fatta ai sindacati e alla Rsu nel settembre 2014 per 120 esuberi, numero poi sceso a novembre a 88 unità dopo gli incontri avvenuti al ministero per lo Sviluppo Economico e a 73 unità il dicembre successivo, con la possibilità di riassorbire questi autisti all'interno dell'azienda.
    Nel febbraio del 2015, prosegue la nota di Arcese, si è raggiunto un accordo ministeriale per 66 esuberi, ulteriormente ridotti a 49 nel luglio successivo. "Tale progressiva riduzione del numero degli esuberi è stata resa possibile sia perché sono stati accettati alcuni dei ricollocamenti interni offerti dall'azienda, sia perché alcuni autisti hanno usufruito della possibilità di una uscita volontaria con incentivazione all'esodo", precisa l'azienda. Queste 49 persone hanno presentato il ricorso oggetto della sentenza del 12 gennaio.
    Arcese aggiunge però che di questi dipendenti, venti hanno raggiunto un accordo prima che si concludesse la prima fase del processo, "accettando la chiusura del rapporto di lavoro a fronte dell'erogazione di un incentivo all'esodo, uscendo definitivamente dalla causa". Quindi "l'ordinanza del giudice ha riguardato 29 persone". Durante la causa, i legali degli autisti hanno chiesto il loro reintegro in servizio, ma Arcese spiega che ciò non è possibile perché ha ridotto il numero dei veicoli "a fronte di una strategia imprenditoriale che ha privilegiato il trasporto misto gomma-rotaia rispetto a quello su gomma, più efficace e rispettoso dell'ambiente".
    L'azienda ritiene la richiesta di reintegro "palesemente strumentale e politica", perché a marzo e luglio del 2015 aveva proposto agli interessati "una ricollocazione interna a parità di salario", ricevendo un rifiuto. A tale proposito, la note aggiunge che "la sentenza dice chiaramente – ed è quindi processualmente acclarato - che le tesi fantasiose per cui Arcese avrebbe delocalizzato, o avuto soldi pubblici illegittimamente, sono completamente al di fuori di questa causa, e anzi è stato provato il contrario".
    Arcese prende posizione anche riguardo all'atteggiamento dei Cobas, che hanno promosso la causa: "Tutti i passaggi sindacali, da ottobre 2014 per finire a febbraio 2015 con l'accordo ministeriale che sanciva i licenziamenti nonché tutti i passaggi intermedi, sono stati sempre condivisi con le organizzazioni sindacali nazionali e con la RSU che nel caso specifico era a maggioranza Cobas (con i coordinatori esterni dei Cobas che, presenti a Roma in occasione dell'accordo, erano in costante contatto telefonico con la loro delegazione RSU). L'impugnazione del licenziamento che è stata, da subito, supportata dai Cobas è quindi un disconoscimento esplicito della loro stessa attività all'interno delle RSU".
    Il punto fondamentale della sentenza riguarda lo stato di crisi dell'azienda al momento della richiesta dei licenziamenti. Secondo il perito nominato dal giudice, non appare una situazione critica come mostrata dall'azienda e su questo punto Arcese invece afferma che le informazioni da lei fornite e che sono state ritenute insufficienti nella causa "sono in realtà già passate al vaglio di un controllo ministeriale estremamente dettagliato che non ha riguardato solo i quesiti oggetto della CTU, ma ha preso in considerazione una mole di dati molto più ampia: tale controllo ha riscontrato la completa fondatezza delle informazioni rese nella procedura di mobilità".
    In conclusione, l'azienda arriva a due considerazioni: che la causa "è stata proposta e supportata dalle stesse persone che hanno partecipato a tutte le fasi di questa crisi e hanno firmato l'accordo ministeriale sui licenziamenti" e che "si proponeva una reintegra quando erano già stati offerti ricollocamenti per tutti ha avuto come esito un vantaggio economico per i lavoratori del tutto simile a quello che avrebbero percepito accettando gli incentivi proposti dall'azienda".
    La società fornisce alcune precisazioni anche sull'annunciato spostamento della sede fuori dal Trentino, spiegando che riguarda solamente la sede legale ed è quindi "privo di qualsiasi impatto occupazionale rispetto alla forza lavoro operativa in Trentino Alto Adige che l'azienda considera un asset strategico e da salvaguardare". Arcese aggiunge anche che l'azienda " non percepisce contributi provinciali a fondo perduto da oltre vent'anni" e che il lease back "è una operazione economica, garantita peraltro da un asset immobiliare, per la quale Arcese sta rimborsando, e continuerà a farlo".

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