Una petroliera della Kuwait Oil Tanker Company è stata abbandonata dal proprio equipaggio nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 luglio 2026, dopo essere stata colpita da un proiettile non identificato a circa otto miglia nautiche a nordest di Limah, in Oman, nello Stretto di Hormuz. È la seconda nave abbandonata in meno di 24 ore in quel tratto di mare, riporta la United Kingdom Maritime Trade Operations (Ukmto), l'organismo britannico che monitora il traffico marittimo nella regione. Il comandante della nave, identificata dalla società di sicurezza marittima Eos Risk Group come la Kaifan (Imo 9656046), ha lanciato una chiamata di soccorso sul canale Vhf 16 segnalando di essere stato colpito da un drone o da un missile. L'impatto ha provocato un incendio in sala macchine, costringendo l'equipaggio a evacuare su una scialuppa di salvataggio. Ukmto ha precisato che non risultano feriti né segnalazioni di impatto ambientale, mentre le Autorità competenti proseguono gli accertamenti sulla natura esatta dell'attacco.
L'incidente arriva poche ore dopo un attacco simile alla Kavomaleas, petroliera battente bandiera maltese gestita dalla greca Dynacom Tankers, colpita da due proiettili al largo di Kumzar, sempre in Oman. Anche in quel caso si è sviluppato un incendio in sala macchine: l'equipaggio ha attivato il sistema di spegnimento automatico prima di evacuare, e tutti i membri sono stati tratti in salvo, mentre la nave è rimasta alla deriva e in fiamme. Le Guardie Rivoluzionarie Iraniane (Irgc) hanno rivendicato colpi contro entrambe le petroliere, sostenendo che i due mezzi avrebbero violato le norme di navigazione tentando di transitare lungo la rotta meridionale indicata dagli Stati Uniti me definita da Teheran non sicura. Il comunicato ha inoltre accusato le forze statunitensi di aver indirizzato le navi su quel percorso, rinnovando l'avvertimento alle compagnie di navigazione a non affidarvisi.
Dimitris Maniatis, amministratore delegato della società greca di consulenza sui rischi marittimi Marisks, segnala che almeno nove navi risultano attaccate dal 6 luglio. L'episodio si colloca nella fase più recente della guerra tra Stati Uniti e Iran, riesplosa dopo il collasso di un memorandum d'intesa siglato lo scorso mese tra Washington e Teheran: le forze statunitensi hanno condotto la decima notte consecutiva di raid contro obiettivi militari iraniani, mentre l'Iran ha colpito basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania. Il petrolio Brent ha intanto superato i 90 dollari al barile, avvicinandosi alla soglia psicologica dei 100 dollari.
La stessa giornata di lunedì ha visto la crisi allargarsi a un secondo collo di bottiglia. Gli Houthi yemeniti, alleati dell'Iran, hanno dichiarato un blocco navale con effetto immediato contro l'Arabia Saudita, vietando alle navi dirette o provenienti dai porti sauditi il transito nello stretto di Bab el-Mandeb. Il portavoce del gruppo, Yahya Saree, ha motivato la misura come ritorsione per quello che Sana'a definisce un assedio ai porti yemeniti e per i raid sauditi, incluso un attacco all'aeroporto internazionale della capitale. Riad ha respinto la ricostruzione Houthi, definendo disinformazione le accuse di un blocco imposto allo Yemen e rivendicando invece il sostegno fornito al Paese attraverso aiuti, progetti di sviluppo e forniture di carburante.
La minaccia si è tradotta subito in deviazioni: la superpetroliera cinese Xin Long Yang, carica di 2 milioni di barili di greggio caricati a Yanbu e diretti in Cina, ha invertito la rotta nel Mar Rosso martedì, dirigendosi verso il Canale di Suez. Lo stesso ha fatto la Rodos, gestita da Dynacom Tankers Management, con a bordo circa 700mila barili destinati all'India. Una terza unità, la New Prime, diretta a Yanbu per caricare greggio, ha invertito la rotta al largo dell'Oman prima ancora di entrare nel Mar Rosso.
Il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, era diventato negli ultimi mesi la principale via alternativa per le esportazioni di greggio saudita, proprio a causa delle difficoltà di transito a Hormuz. La sovrapposizione delle due crisi rappresenta ora, secondo il broker Clarksons, un problema a due colli di bottiglia per i mercati petroliferi globali. Nello stretto di Bab el-Mandeb transitano in media dieci petroliere al giorno. Le compagnie di assicurazione marittima hanno già rivisto al rialzo i premi per il rischio di guerra sulle rotte del Mar Rosso, mentre la società di sicurezza britannica Ambrey ha classificato gli scali nei porti sauditi come ad alto rischio, raccomandando alle navi di riconsiderare il transito nell'area.
Un dirottamento verso Suez in luogo dell'uscita dal Mar Rosso comporta settimane aggiuntive di navigazione, con la necessità di circumnavigare l'Africa per le petroliere che non riescono ad attraversare il canale a pieno carico. Le superpetroliere devono infatti alleggerire parte del carico per rispettare i limiti di pescaggio del canale, un vincolo che può essere aggirato instradando il greggio verso il Mediterraneo tramite l'oleodotto Sumed.










































































