La nave ro-ro Alliance Fairfax, di proprietà di Farrell Lines, filiale di Maersk e battente bandiera statunitense, ha attraversato lo Stretto di Hormuz il 4 maggio 2026 sotto scorta militare americana nell’ambito dell’operazione Project Freedom. Lo ha annunciato la stessa Maersk, precisando che il transito si è concluso senza incidenti, con tutti i membri dell’equipaggio in sicurezza. La notizia è stata diffusa il 5 maggio, mentre la zona restava al centro dello scontro militare tra Stati Uniti e Iran e di una contrapposizione informativa tra fonti occidentali e iraniane. Secondo Blueconomy, la nave era ferma nel Golfo Persico da 66 giorni, dal 28 febbraio 2026, il giorno dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma non bisogna vedere il passaggio dell’Alliance Fairfax come una ripresa ordinaria dei transiti, bensì come un’uscita autorizzata e protetta, resa possibile da una cornice militare specifica.
L’operazione Project Freedom è stata annunciata dal presidente Donald Trump la sera del 3 maggio con l’obiettivo dichiarato di "ristabilire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz" e accompagnare fuori dal Golfo le navi di Paesi definiti "neutrali e innocenti". Il dispositivo indicato dal Centcom comprende cacciatorpediniere lanciamissili, cento velivoli basati a terra e su portaerei, piattaforme senza equipaggio multidominio e 15mila militari. Si tratta di numeri che descrivono un’operazione di controllo marittimo ad alta intensità, non una semplice scorta navale. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che due navi cargo battenti bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz. Il comando americano ha inoltre sostenuto che le proprie forze hanno intercettato e distrutto missili da crociera e droni iraniani diretti contro unità militari e mercantili, mentre elicotteri d’attacco Apache avrebbero affondato sei motoscafi militari iraniani ritenuti una minaccia per le unità in transito. Il teatro operativo resta quindi ancora caratterizzato da azioni simultanee in mare e in aria.
L’Iran fornisce una visione completamente opposta della vicenda. L’agenzia Tasnim ha smentito la notizia del transito sostenendo che "nessun sito affidabile di tracciamento marittimo" avrebbe pubblicato informazioni compatibili con l’attraversamento e affermando che Maersk non avrebbe rilasciato dichiarazioni ufficiali a conferma del passaggio. La stessa agenzia ha indicato che, nelle 24 ore precedenti, nessuna nave sarebbe transitata nello Stretto nell’ambito dell’operazione americana, richiamando presunti dati internazionali di tracciamento marittimo. In quest’area di guerra, tuttavia, i segnali Ais possono essere spenti, ritardati, filtrati o resi non visibili per ragioni di sicurezza. L’assenza di una traccia pubblica non equivale quindi automaticamente all’assenza del transito, ma riduce la possibilità di una verifica indipendente immediata. Per gli operatori, questa incertezza pesa quasi quanto il rischio fisico, perché rende più complessa la valutazione dei tempi, delle polizze, dei noli e delle clausole contrattuali legate alla forza maggiore.
Che l’area resta ad alto rischio, nonostante la massiccia presenza statunitense, lo mostra il fatto che il 4 maggio, giorno del transito indicato da Maersk, lo Stretto di Hormuz è stato teatro di scontri. Anche in questo caso, le notizie provenienti dai due fronti sono incerte e a volte contrastanti. L’Iran avrebbe lanciato almeno quindici missili contro gli Emirati Arabi Uniti, colpendo un porto e un deposito di carburante a Fujairah, con tre feriti secondo fonti emiratine. Nelle stesse ore un cargo sudcoreano sarebbe stato colpito da un’esplosione nelle acque dello Stretto. Tasnim ha inoltre riportato accuse iraniane secondo cui le forze americane avrebbero attaccato due piccole imbarcazioni che trasportavano merci dall’Oman verso l’Iran, causando la morte di cinque passeggeri civili. Il Centcom ha respinto questa ricostruzione e ha sostenuto di avere colpito soltanto motoscafi militari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il Governo iraniano ha accompagnato la smentita con dichiarazioni politiche. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scritto su X che "Project Freedom è un progetto morto" e che "non esiste una soluzione militare a una crisi politica". Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha aggiunto che il Paese "non ha nemmeno iniziato" il braccio di ferro con gli Stati Uniti. Sono dichiarazioni rivolte anche agli operatori del trasporto marittimo, perché rafforzano il messaggio iraniano secondo cui nessuna rotta può considerarsi sicura senza un accordo politico o senza un coordinamento con Teheran. Il 4 maggio l’Irgc ha annunciato anche l’istituzione di una nuova zona di controllo marittimo nello Stretto di Hormuz. L’area sarebbe delimitata a sud dalla linea tra il Monte Mobarak, in Iran, e la zona a sud di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, e a ovest dalla linea tra l’estremità dell’isola di Qeshm e Umm Al Quwain. Teheran ha avvertito navi commerciali e petroliere di evitare transiti senza coordinamento con le proprie forze armate. Per armatori e spedizionieri, ciò significa che l’attraversamento potrebbe dipendere da autorizzazioni contrapposte e non compatibili tra loro.
L’incertezza continua quindi a dominare lo scenario del Golfo e non è certo un incentivo per forzare il passaggio dello stretto. La scorta militare può consentire singoli passaggi, ma non ricostruisce da sola una programmazione stabile. Una rotta aperta consente frequenze, tariffe e tempi prevedibili, mentre una rotta scortata richiede finestre operative, coordinamento militare e accettazione di un rischio residuo elevato. A tal proposito, c’è un precedente: l’operazione Earnest Will, condotta dagli Stati Uniti tra il 1987 e il 1988 durante la guerra Iran-Iraq per scortare petroliere nell’area di Hormuz. Il parallelo è utile perché mostra come la protezione militare del traffico mercantile possa ridurre alcuni rischi ma anche aumentarne altri, soprattutto quando il confronto si sposta su mine, unità leggere e attacchi contro infrastrutture costiere. Nel 1988 la fregata Uss Samuel B. Roberts urtò una mina iraniana, episodio che portò all’operazione Praying Mantis e a un’escalation navale contro assetti iraniani.
Se l’operazione Project Freedom proseguirà (ma fino a quando potrà proseguire, visti i costi elevati e la concentrazione di forze in un solo teatro?), le compagnie marittime dovranno decidere se attendere, accettare una scorta militare, modificare la programmazione o lasciare unità e carichi in posizione di sicurezza. I caricatori dovranno valutare l’impatto su contratti, inventari e continuità delle forniture, mentre gli assicuratori devono distinguere tra rischio di guerra, rischio politico e rischio di blocco, con effetti sui premi e sulle esclusioni di copertura. Ma per decidere servono informazioni indipendenti, che oggi sono rare in quel contesto. Altrimenti ogni passaggio diventa una scommessa.
M.L.









































































