Il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Chieti, sotto la direzione della Procura della Repubblica, ha annunciato il 15 settembre 2026 la conclusione di un'indagine che ha svelato un sistema di somministrazione illecita di manodopera nell’autotrasporto, che farebbe capo a un meccanismo di caporalato transnazionale e dumping sociale. Il bilancio dell'operazione, partita dall'Abruzzo ma di livello nazionale, mostra il coinvolgimento di diciotto società e quattordici persone denunciate per un'evasione fiscale stimata in circa sei milioni di euro. Accertamenti economico-fiscali condotti dalla Guardia di Finanza hanno creato i primi sospetti sull'impiego irregolare di manodopera extra-comunitaria, in prevalenza di nazionalità albanese, da parte di alcune società della provincia di Chieti che, secondo gli investigatori, avrebbero usato in modo strumentale il distacco internazionale.
La svolta nell’indagine è avvenuta dopo che la procura ha attivato dei canali di cooperazione internazionale e di mutua assistenza amministrativa fiscale, coordinati dal comando generale della Finanza in sinergia con la Gdt (General Directorate of Taxation) albanese. Gli accertamenti svolti con gli uffici finanziari albanesi hanno permesso di verificare, secondo quanto contestato dagli inquirenti, la natura fittizia dei contratti di distacco.
Le società estere che distaccavano il personale sarebbero risultate, secondo l'accusa, mere "letter box company", ossia prive di una reale struttura operativa e usate come schermo giuridico per reclutare autisti, retribuirli al di sotto del dovuto e sottrarre imposte e contributi all'Inps, alterando la concorrenza tra gli operatori del settore. Le imprese italiane sarebbero state individuate, sempre secondo l'ipotesi degli inquirenti, come gli effettivi ed esclusivi datori di lavoro degli autisti, tenute quindi ad applicare nei loro confronti un regolare rapporto di lavoro subordinato. I conducenti risultavano invece impiegati in nero.
Delle diciotto società coinvolte nell'inchiesta, quattro hanno sede all'estero e cinque operano nel territorio di Chieti. A queste ultime sono state contestate violazioni in materia di responsabilità amministrativa delle società, per la mancata adozione di modelli organizzativi idonei a prevenire i reati contestati ai vertici aziendali. Infatti, la normativa prevede che, quando i vertici commettono illeciti a vantaggio della società, anche la società stessa può essere chiamata a risponderne, se non dimostra di aver adottato protocolli interni adeguati.
Le quattordici persone denunciate sono ritenute responsabili, a vario titolo, di reati tributari e societari, di somministrazione fraudolenta di manodopera e di truffa aggravata ai danni dello Stato (articolo 640, secondo comma, numero 1, del codice penale). L'evasione fiscale riconducibile alle sole società teatine è stimata in circa sei milioni di euro tra imposte dirette e indirette (Ires, Irpef, Iva e Irap). Gli investigatori hanno inoltre quantificato in oltre 3,5 milioni di euro le fatture per operazioni inesistenti emesse nell'ambito del sistema fraudolento, mentre l'evasione contributiva e previdenziale connessa alle 95 posizioni lavorative in nero individuate supererebbe 1,2 milioni di euro.








































































