Nelle prime ore del 10 giugno 2026, i finanzieri del Comando Provinciale di Forlì-Cesena hanno eseguito un'ordinanza di misure cautelari personali nei confronti di sei soggetti, nell'ambito dell'operazione denominata Scrap Country. L'indagine, delegata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, ha coinvolto - con il supporto del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (Scico) e di reparti territoriali delle province di Napoli, Pesaro-Urbino e Milano - soggetti operanti in Emilia-Romagna, Campania, Marche e Lombardia, tra cui soggetti che svolgono attività di autotrasporto. Contestualmente agli arresti, la Guardia di Finanza ha eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore complessivo superiore a 12,5 milioni di euro.
I reati contestati, a vario titolo, sono traffico illecito di rifiuti, riciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Sono complessivamente tredici i soggetti indagati, oltre a due società di capitali chiamate a rispondere ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti in ambito penale. L'inchiesta è iniziata da una verifica fiscale condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Forlì nei confronti di un'impresa di medie dimensioni operante nel distretto dei rottami metallici di Gambettola, in provincia di Forlì-Cesena. La verifica si è conclusa con la constatazione di rilievi fiscali per circa 22,5 milioni di euro e con la denuncia dei vertici della società all'autorità giudiziaria locale.
Tre elementi hanno insospettito i finanzieri. Il primo era l'incoerenza tra la documentazione extra-contabile acquisita in sede di verifica e le risultanze della contabilità ufficiale. Il secondo era la presenza, nel piazzale dell'azienda, di un autotrasportatore intento a caricare rottami accompagnati da formulari d’identificazione rifiuti non riferiti alla società ispezionata e in possesso di timbri di un'azienda campana. Il terzo era il rinvenimento di oltre 35mila euro in contanti presso la sede societaria, giustificati dal titolare come provvista per il pagamento di piccoli conferimenti di materiale ferroso.
Secondo quanto contestato dagli inquirenti, il rottamaio romagnolo acquistava in nero, mediante denaro contante ricevuto da soggetti di origine campana, materiale ferroso di vario tipo: rame, bronzo, ottone, acciaio e ferro. Il ruolo degli autotrasportatori all'interno del meccanismo è stato centrale: i vettori, definiti dalla Guardia di Finanza come "compiacenti", s’incaricavano del trasferimento del materiale verso una società con sede nelle Marche. Presso questa società pesarese i rottami sostavano per il tempo strettamente necessario a simulare il carico e a predisporre falsa documentazione sull'origine dei metalli. Il materiale era poi ceduto a fonderie e impianti di recupero e quindi reimmesso nel circuito legale con una provenienza apparentemente regolare.
La società marchigiana, secondo l'accusa, legittimava l'intera operazione attraverso la sistematica emissione di fatture per operazioni inesistenti, per un valore ricostruito in oltre 16 milioni di euro, incassando i pagamenti del materiale ferroso sui propri conti bancari. Completato il ciclo di vendita, il denaro rientrava nella disponibilità dell’organizzazione criminale attraverso false operazioni commerciali di acquisto, attuate dalla stessa società marchigiana con altre società. Una parte delle somme così recuperate veniva quindi reimpiegata, sempre senza tracciabilità, nell'acquisto di ulteriori rottami metallici, chiudendo il circuito.










































































