Un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari e governativi in Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, riporta al centro dell’attenzione il rischio di una chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per i flussi energetici globali. Secondo un’analisi firmata da Jamie Stewart, Head of Energy Content di Icis, un blocco di tre mesi del passaggio marittimo potrebbe spingere il prezzo del gas europeo oltre 90 euro per MWh, con effetti immediati sull’equilibrio tra domanda e offerta. Lo Stretto di Hormuz è attraversato da circa il 20% del commercio mondiale di Gnl e dal 25% del petrolio movimentato via mare.
Il riferimento per valutare le ricadute in Europa è il Ttf, acronimo di Title Transfer Facility, il principale hub virtuale di scambio del gas naturale nei Paesi Bassi. Non si tratta di un’infrastruttura fisica, ma di un punto di contrattazione in cui operatori, produttori, trader e grandi consumatori comprano e vendono gas con consegna nei Paesi Bassi. Grazie all’elevata liquidità, il Ttf è diventato il benchmark europeo: i suoi prezzi sono utilizzati come base di indicizzazione in numerosi contratti di fornitura e riflettono l’equilibrio complessivo del mercato continentale. Il “front month” indica il contratto con consegna nel mese successivo ed è il più osservato perché incorpora le aspettative di breve periodo su stoccaggi, flussi e domanda.
Per stimare le possibili conseguenze di una chiusura di Hormuz, gli analisti di Icis hanno utilizzato la piattaforma di modellizzazione Gas Foresight, confrontando uno scenario d’interruzione di tre mesi con uno scenario base. L’ipotesi prevede l’assenza di importazioni europee di Gnl del Qatar contrattualizzato fino alla fine di maggio e una riduzione di 131 TWh di volumi spot nell’arco di 90 giorni, con effetto immediato.
Tra aprile e novembre, la domanda complessiva europea, inclusa la ricostituzione delle scorte, è stimata in circa 2.600 TWh. Il modello applica un orizzonte mobile di novanta giorni su una pianificazione di 365 giorni, replicando l’operatività delle sale di negoziazione che devono ottimizzare le coperture in un contesto di visibilità limitata sul medio termine. Nello scenario di interruzione, il Ttf front month salirebbe immediatamente a 92 euro per MWh, con una media di circa 86 euro per MWh durante il periodo di blocco. Per confronto, il contratto di aprile, che diventa il nuovo front month alla riapertura degli scambi lunedì 2 marzo, era stato valutato da Icis poco sotto 32 euro per MWh alla chiusura di venerdì. L’aumento ipotizzato sarebbe quindi prossimo al triplo dei livelli correnti.
Secondo Stewart, che riporta le valutazioni del responsabile analisi gas di Icis Andreas Schroeder, l’entità del rialzo evidenzia la rilevanza sistemica delle forniture di Gnl dal Golfo per il bilancio europeo. La sottrazione dei volumi qatarioti, in un mercato globale del Gnl già teso, innescherebbe una competizione accentuata per i carichi flessibili tra Europa e Asia. I dati 2024 citati da Icis mostrano che l’83% dei volumi di Gnl che attraversano Hormuz è destinato all’Asia; Cina, India e Corea del Sud da sole assorbono il 52%. Un’interruzione costringerebbe gli acquirenti asiatici a rivolgersi maggiormente a forniture alternative da Stati Uniti e Australia, entrando in competizione diretta con l’Europa e sostenendo i prezzi spot.
Anche dopo la riapertura dello Stretto, gli effetti si protrarranno nel tempo. Il modello indica che, con il ritorno dei volumi dal Qatar, i prezzi inizierebbero a ridursi nel corso dell’estate 2026, ma resterebbero superiori allo scenario base per diversi mesi: circa 65 euro per MWh in maggio, 40 euro per MWh in giugno e 34 euro per MWh in luglio, ancora intorno al 10% sopra lo scenario senza interruzioni. Solo in autunno le traiettorie convergerebbero, con la normalizzazione del bilancio globale del Gnl.
L’Europa affronta questo potenziale shock con un sistema più diversificato rispetto al 2022, grazie a nuovi terminali di rigassificazione e a un maggiore ricorso al Gnl. Tuttavia, secondo le analisi richiamate da Stewart, i livelli di stoccaggio risultano contenuti e la fase di riempimento per l’inverno successivo si presenta complessa. In uno scenario di blocco, anche con prezzi elevati, non tutta la domanda potrebbe essere soddisfatta agevolmente. Tra le possibilità considerate vi sarebbe una temporanea revisione degli obiettivi di riempimento degli stoccaggi per attenuare la tensione sul mercato.
A questo quadro si aggiungono le valutazioni dei mercati finanziari. Secondo quanto riportato da Bloomberg, le prime reazioni degli operatori segnalano un incremento dei premi di rischio sulle forniture energetiche e un rialzo dei contratti futures su gas e petrolio, in un contesto di crescente volatilità legata agli sviluppi geopolitici. Bloomberg sottolinea come gli investitori stiano ricalibrando le aspettative sull’offerta globale, incorporando la possibilità di interruzioni prolungate delle rotte nel Golfo.
L’Italia appare particolarmente esposta alla crisi di Hormuz, perché è tra i Paesi europei che usano maggiormente l’offerta qatariota, insieme a Belgio e Polonia, che hanno sottoscritto contratti di lungo termine con Doha. La centralità del Qatar nel portafoglio italiano di approvvigionamento è cresciuta progressivamente dopo la riduzione dei flussi via gasdotto dalla Russia, nell’ambito della strategia di diversificazione avviata dal Governo a partire dal 2022.
Nel 2024 il Qatar ha coperto circa il 45% delle importazioni italiane di Gnl, risultando il primo fornitore del Paese, secondo i dati del Governo degli Stati Uniti sul commercio energetico internazionale. La quota evidenzia una concentrazione rilevante dell’offerta su un singolo esportatore, elemento che in uno scenario di tensione geopolitica può tradursi in maggiore volatilità dei prezzi e in un aumento della competizione per i carichi alternativi sul mercato globale.





































































