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Aumenti in vista per spedire negli Usa


Trasportare e distribuire vino italiano negli Stati Uniti sarà più complicato e, probabilmente, anche più costoso nei prossimi mesi. Il tema è emerso durante il convegno dedicato alla logistica del food&beverage tenutosi nell'ambito della prima edizione di Logiday, giornata di convegni organizzata dal laboratorio dell'Università degli studi di Firenze LogisLab in collaborazione con Council of Supply Chain Management.
Horst Mueller, global manager drinks logistics di Kuehne+Nagel, ha fornito una panoramica sul mercato della logistica al servizio delle bevande, sottolineando che a livello mondiale il consumo di alcolici (birre, vini e superalcolici) è in discesa, dopo il picco raggiunto nel 2015. Gli elementi evidenziati da che Mueller nella sua analisi sono numerosi e fra questi spiccano alcuni significativi: "I grandi marchi vogliono diventare crafty (artigianali, ndr), il vino rosé è tornato di moda, le birre artigianali si fanno largo all'estero, aumentano le vendite di whisky mentre gin e vodka rimangono circoscritte ai tradizionali Paesi di consumo".
Per quanto riguarda i cambiamenti nel settore della logistica, il responsabile drink logistics di Kuehne+Nagel ha sottolineato che negli Stati Uniti gli operatori stanno facendo i conti con una situazione di scarsa disponibilità di trasporto stradale per effetto di una nuova Legge introdotta dal presidente Trump, che ha posto sotto controllo i turni di guida degli autisti con un apparecchio elettronico analogo al nostro cronotachigrafo (denominato ELD). Ciò si è tradotto in un calo dell'offerta di mezzi stimato in un 30% e una minore disponibilità di container vuoti per effetto dei quali molti grandi produttori hanno già preventivato costi stradali in aumento del 20% nei prossimi mesi.
Nella stessa tavola rotonda è emerso chiaramente che i costi, e tra questi anche quelli di spedizione, rappresentano uno dei fattori chiave con i quali si trovano a dover fare i conti le cantine produttrici di vino di qualità. "Il grande problema del settore è la frammentazione dei produttori", ha esordito Marco Lauro Bonomi, amministratore delegato di Chain Accent, spiegando che "il fatturato di tutto il comparto è pari in Italia a circa dieci miliardi di euro e l'azienda più grande arriva a circa 500 milioni di euro. Il 50% della produzione è destinata all'export e per le cantine italiane una delle maggiori preoccupazioni è l'ingresso sul mercato dei grandi colossi della distribuzione e del commercio".
Dario Faccin, vertice di Tenuta Carobbio, la cui produzione annuale di 80 mila bottiglie è destinata per il 95% all'export, ha ammesso che "le aziende medio-piccole sono in sofferenza proprio per i costi. Oggi tutti ormai sanno più o meno produrre buon vino ma pochi lo sanno vendere bene; in questo le piccole aziende possono imparare qualcosa dalle grandi". La merceologia trasportata in certi casi è pregiata, se si pensa che per ogni bottiglia si va da 40 a oltre 500 euro di prezzo al ristorante.
Un riferimento infine è stato fatto anche alla modalità di trasporto aereo che però, secondo Roger Rossini, distribution manager di Ruffino (storica cantina produttrice di vino parte del gruppo americano Constellation), è usato "solo per le campionature, piccole partite e soprattutto per spedizioni particolarmente urgenti". Però, Dario Faccin, direttore di Tenuta Carobbio, ha detto che loro la modalità di trasporto aereo la utilizzano con frequenza ma "quando si tratta di spedire acquisti di vino fatti in loco da visitatori stranieri". Negli altri casi, il divario di costi rimane troppo ampio anche se la differenza di transit time dal produttore al consumatore è notevole fra Italia e Nord America: quattro settimane via mare contro quattro giorni via aerea.

Nicola Capuzzo

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