- Alla sera del 30 gennaio 2026 la protesta degli autotrasportatori dei Balcani occidentali ai confini con l’area Schengen risulta parzialmente alleggerita in alcuni valichi, dopo primi contatti con funzionari dell’Unione Europea. Restano però code e rallentamenti su diversi corridoi strategici, con effetti ancora rilevanti sul traffico merci.
- L’azione, avviata il 26 gennaio e annunciata nei giorni precedenti dalle associazioni di categoria, ha coinvolto oltre venti valichi tra Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord verso Ungheria, Croazia e Grecia, oltre al porto di Bar. I blocchi hanno interessato esclusivamente il traffico merci.
- Al centro della mobilitazione c’è la contestazione dell’applicazione ai conducenti extra-Ue della regola di permanenza di 90 giorni su 180 nello spazio Schengen e dell’entrata in funzione dell’Entry/Exit System, ritenuti incompatibili con l’operatività del trasporto internazionale su gomma.
Alla sera del 30 gennaio 2026 la situazione ai confini tra Balcani occidentali e area Schengen appare ancora fluida. Secondo quanto riportato da Reuters, dopo quattro giorni di blocchi coordinati alcuni valichi risultano riaperti o gestiti in modo meno rigido, mentre in altri punti persistono rallentamenti e code di mezzi pesanti. L’allentamento parziale segue i primi segnali di apertura da parte dell’Unione Europea su possibili chiarimenti nell’applicazione delle regole contestate, senza che sia stato però annunciato alcun accordo formale.
La protesta è stata preparata e annunciata tra il 22 e il 23 gennaio dalle associazioni di autotrasporto di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord. L’obiettivo era il blocco dei valichi merci di frontiera verso l’Unione E a partire dal 26 gennaio, con una durata prevista di almeno sette giorni. I valichi indicati comprendevano, tra gli altri, quelli tra Serbia e Ungheria, Serbia e Croazia, Bosnia e Croazia, Macedonia del Nord e Grecia, Montenegro e Croazia, oltre alle operazioni merci nel porto di Bar, snodo rilevante per i traffici regionali.
Il 26 gennaio è iniziato il blocco coordinato di oltre venti valichi merci. Fin dalle prime ore lunghe sono apparse code di camion e il rallentamento quasi totale del traffico in alcuni punti chiave. Le associazioni hanno previsto turnazioni ai presìdi e deroghe limitate per ambulanze, trasporti militari, animali vivi e, in alcuni casi, merci deperibili o carichi a carattere umanitario. Il traffico passeggeri è stato generalmente escluso dall’azione, pur con effetti indiretti sulla viabilità.
Nei giorni successivi, tra il 27 e il 28 gennaio, l’attenzione si è concentrata sugli impatti lungo i principali corridoi internazionali, in particolare sull’asse Serbia-Ungheria e Bosnia-Croazia, considerati cruciali per i flussi tra Unione europea, Balcani, Turchia e Medio Oriente. Sono state segnalate congestioni estese anche a Paesi non direttamente coinvolti nei blocchi e deviazioni consigliate dalle Autorità di frontiera di alcuni Stati membri. In questo contesto sono circolate stime di “perdite multimilionarie” per imprese di trasporto e catene di approvvigionamento, senza però valori univoci e verificabili.
La questione centrale della protesta riguarda l’applicazione ai conducenti professionali non appartenenti all’Unione Europea della regola di permanenza massima di 90 giorni su 180 nello spazio Schengen, ora resa pienamente tracciabile dall’entrata in funzione dell’Entry/Exit System. Il sistema digitale registra automaticamente ingressi, uscite e durata dei soggiorni, eliminando margini di flessibilità che in passato avevano consentito una gestione meno rigida dei tempi di permanenza.
Secondo i rappresentanti degli autotrasportatori, l’applicazione “meccanica” di queste regole riduce in modo rilevante i giorni lavorabili nel territorio dell’Unione Europea, aumenta il rischio di respingimenti e sanzioni e rende difficilmente sostenibile il trasporto internazionale su gomma per le imprese dei Balcani occidentali. In Bosnia-Erzegovina le associazioni hanno affermato che nel 2025 oltre cento autisti sarebbero stati sanzionati o allontanati per il superamento dei limiti di permanenza, dato riportato come dichiarazione di parte e non confermato da statistiche ufficiali dell’Unione europea.
Accanto alla questione tecnica del 90 giorni su 180 e dell’Entry/Exit System, le associazioni denunciano una mancanza di riconoscimento dello status specifico dei conducenti professionali extra-Ue, che verrebbero trattati come turisti o migranti irregolari. Le richieste includono l’estensione dei periodi di permanenza per gli autisti, l’introduzione di uno status dedicato o almeno una diversa interpretazione delle norme per il personale viaggiante impegnato nel trasporto internazionale.
Il 29 gennaio alcune associazioni di due dei quattro Paesi coinvolti hanno annunciato la sospensione o la riduzione dei blocchi in determinati terminal, dopo interlocuzioni con funzionari dell’Unione Europea sulle modalità applicative delle regole. In altri punti, tuttavia, la protesta è proseguita in forma ridotta. Organizzazioni di autotrasportatori turchi hanno espresso sostegno all’iniziativa, dichiarando l’intenzione di aderire ai blocchi durante il transito nei Paesi interessati.
Alla data del 30 gennaio non risultano comunicati ufficiali di alto livello da parte della Commissione europea che annuncino modifiche regolamentari. Le notizie disponibili parlano soprattutto di promesse di dialogo e di possibili chiarimenti applicativi, mentre resta aperta la questione più ampia del trattamento dei lavoratori dei Paesi candidati o potenziali candidati all’adesione rispetto alle regole dello spazio Schengen. La situazione rimane quindi in evoluzione, con effetti che continuano a farsi sentire lungo le principali rotte merci tra Unione europea e Balcani occidentali.
































































