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  • La spagnola Boluda Shipping acquisisce Samskip

    La spagnola Boluda Shipping acquisisce Samskip

    Il 28 ottobre 2026 Boluda Shipping ha firmato l'accordo per rilevare l'intero gruppo Samskip, a un valore non reso noto. La chiusura è prevista per il 1° gennaio 2027, dopo il via libera delle Autorità competenti. La rete unita conterà 32 navi su 18 rotte in 28 Paesi.

    Migliaia di camion bloccano i Balcani contro regole UE

    Immagine: TrasportoEuropa IA

    Nel pomeriggio del 26 gennaio 2026 gli autotrasportatori di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord hanno avviato un blocco coordinato di oltre venti valichi di frontiera merci verso l’area Schengen, con presidi simultanei iniziati alle 12.00 e un’azione già operativa dalla mezzanotte per alcune direttrici in ingresso nei Paesi balcanici. Questa protesta è stata organizzata dalle principali associazioni nazionali dell’autotrasporto e ha interrotto la continuità del traffico lungo l’asse che collega l’unione europea con Turchia e Medio Oriente, con ricadute immediate su tempi di transito, disponibilità di mezzi e affidabilità delle consegne lungo i corridoi regionali.

    La protesta nasce dall’applicazione rigida della regola Schengen dei 90 giorni su 180 ai conducenti professionali extra-Ue e dall’entrata in funzione del sistema digitale di ingresso e uscita Ees, che rende più stringente la verifica dei giorni di permanenza. Le associazioni sostengono che una norma pensata per soggiorni di breve durata diventa, con l’applicazione automatizzata, un vincolo operativo che riduce drasticamente i giorni lavorabili nell’area Schengen e aumenta il rischio di fermi, respingimenti e sanzioni. Secondo l’associazione degli autotrasportatori della Bosnia, nel 2025 oltre cento autisti sarebbero stati espulsi per superamento del limite, con ulteriori provvedimenti annunciati nei giorni precedenti il blocco.

    I presidi del 26 gennaio hanno interessato i principali terminal merci e i valichi stradali lungo le direttrici Serbia-Ungheria, Serbia-Croazia, Bosnia-Erzegovina-Croazia, Macedonia del Nord-Grecia e Montenegro-Croazia, con l’aggiunta del porto di Bar, dove i trasportatori hanno limitato accessi e operatività nel terminal e nell’area di zona franca. I promotori hanno dichiarato di aver introdotto eccezioni per alcune categorie merceologiche a carattere umanitario e di sicurezza, mentre il traffico passeggeri non rientra nell’azione. L’organizzazione è stata impostata su turnazioni, presidi continuativi e supporto logistico ai conducenti in attesa, con l’obiettivo di mantenere la pressione per almeno una settimana.

    La dimensione del coinvolgimento è stata descritta con stime elevate, che raggiungono le migliaia di camion, anche se la cifra precisa non è stata ancora rilevata. L’effetto visibile ai valichi è stato quello di una riduzione quasi totale della capacità di attraversamento per i veicoli industriali, con code, riprogrammazione dei viaggi e deviazioni su itinerari alternativi. dove disponibili. In Ungheria sono state suggerite deviazioni e limitazioni sulle uscite verso il confine serbo, con aggiornamenti delle autorità in tempo reale.

    Altrettanto elevato appare l’impatto economico. Il presidente della camera di commercio serba, Marko Čadež, riportato da Agenzia Nova ha stimato danni diretti da esportazioni bloccate pari a 100 milioni di euro al giorno e penali contrattuali per ritardi tra 10mila e 50mila euro al giorno per singola azienda, con circa 10mila imprese esportatrici coinvolte sul solo canale Serbia-Ue. In parallelo, la camera di commercio del Kosovo ha richiamato un impatto potenziale sulla catena del valore regionale di quasi un miliardo di euro al giorno, valore che comprende ritardi, costi addizionali e interruzioni di fornitura.

    Le filiere più esposte appaiono quelle con componentistica e consegne a tempo, oltre al fresco. I Balcani occidentali sono pienamente integrati nelle catene di fornitura della manifattura comunitaria, incluso il comparto automobilistico, dove i ritardi si trasformano rapidamente in costi di produzione e mancate consegne. In questo contesto, il blocco ai valichi non colpisce solo l’export balcanico ma anche i flussi di rientro di semilavorati e componenti, oltre alla logistica del commercio elettronico lungo le direttrici sud-est Europa e Mediterraneo orientale. L’effetto di rete ha toccato anche Paesi non aderenti alla protesta. Il Kosovo dipende dai transiti via Serbia e Macedonia del Nord, con impatti su importazioni ed esportazioni e ha diffuso l’appello per un intervento istituzionale UE per ripristinare la circolazione fino a una soluzione permanenti.

    Un elemento che caratterizza la mobilitazione del 26 gennaio è il sostegno istituzionale, in alcuni casi esplicito. In Macedonia del Nord, fonti locali riferiscono della presenza al valico di Blace del vice-primo ministro e ministro dei Trasporti Aleksandar Nikoloski, che ha definito la protesta “un avvertimento” in vista della piena operatività dell’Ees prevista per il 10 aprile 2026 e ha indicato febbraio e marzo come finestra utile per una soluzione condivisa. In Serbia, Agenzia Nova segnala la visita di Čadež al valico di Batrovci, con l’obiettivo di rafforzare la quantificazione dei danni e trasformare il tema in priorità economica, mentre in Bosnia-Erzegovina, European Western Balkans riporta dichiarazioni del ministro delle Comunicazioni e dei Trasporti, Edin Forto, di comprensione delle ragioni degli autotrasportatori e della necessità di un confronto a livello UE.

    Il portavoce della Commissione Europea, Markus Lammert, ha dichiarato che l’Ees non cambia le regole sui soggiorni brevi ma ne consente una migliore applicazione, riconoscendo al tempo stesso che potrebbe esserci necessità di flessibilità per professioni ad alta mobilità come autotrasportatori e atleti. La risposta, tuttavia, non contiene una proposta operativa immediata, e questo punto è stato indicato dagli organizzatori come motivo per mantenere il blocco. Il segretariato della Comunità dei Trasporti ha ricostruito le interlocuzioni precedenti e i margini limitati di intervento dell’organizzazione, ribadendo che la materia è di competenza della Commissione e degli Stati membri.

    Il nodo tecnico resta il modo in cui la permanenza viene calcolata e applicata. Le associazioni degli autotrasportatori contestano in particolare che anche il giorno d’ingresso e quello di uscita sono conteggiati come giornate intere, riducendo ulteriormente la disponibilità effettiva per missioni ripetute. Da qui la richiesta di uno status speciale per conducenti professionali, oppure di un meccanismo di conteggio alternativo che distingua il lavoro transfrontaliero dal soggiorno personale. Tra le ipotesi c’è quella d’istituire una categoria separata nel sistema Ees e strumenti assimilabili a visti di lavoro dedicati, indicati come soluzioni pratiche per evitare che la gestione delle frontiere diventi un vincolo strutturale alla continuità dell’autotrasporto internazionale.

    La protesta sta proseguendo anche il 27 gennaio 2026, con la prospettiva di continuarla per l’intera settimana, in assenza di aperture negoziali. La sequenza temporale che porta alle azioni del 26 gennaio le lega a precedenti proteste del 2025 e a un confronto istituzionale intensificato nelle settimane precedenti, fino agli avvisi emessi da alcune rappresentanze diplomatiche e ministeri degli Esteri dei Paesi confinanti.

    M.L.

    © TrasportoEuropa - Riproduzione riservata - Foto di repertorio
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