Il fronte petrolifero della guerra in Medio Oriente è ormai diventato più importante, a livello strategico, di quello militare e le parti stanno riadattando le rispettive tattiche. Per affrontare l’aumento del prezzo del barile (che la mattina del 13 marzo 2026 resta intorno ai 100 dollari al barile per il Brent e poco meno per il Wti), il Governo degli Stati Uniti ha autorizzato per la seconda volta la vendita di carichi di petrolio russo già in navigazione, ampliando una deroga temporanea concessa la settimana precedente alla sola India. La misura riguarda esclusivamente il greggio caricato prima del 12 marzo e resterà valida per un mese.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato in un messaggio pubblicato sui social che si tratta di un intervento limitato e temporaneo, con lo scopo di è aumentare in tempi rapidi la disponibilità di greggio sui mercati internazionali. Questo provvedimento si aggiunge al rilascio programmato di 172 milioni di barili dalla riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti. Sul tavolo sono comparse anche altre opzioni, tra cui possibili interventi sui mercati a termine dell’energia e una sospensione temporanea delle regole che impongono l’impiego di navi statunitensi nei trasporti tra porti del Paese.
Sul versante iraniano, il 12 marzo il vice ministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi, in un’intervista ai media, ha affermato che l’Iran consente il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz alle navi di alcuni Paesi, tra cui quelle cinesi. Lo stesso Ravanchi ha aggiunto che alcuni Stati hanno discusso con Teheran il tema della navigazione nello stretto e che l’Iran ha collaborato con loro, mentre i Paesi che partecipano all’aggressione contro l’Iran non godono del “diritto di passaggio sicuro” nell’area.
Questo passaggio introduce un criterio selettivo che, per armatori, operatori petroliferi e caricatori, aumenta l’incertezza commerciale e operativa. Per il trasporto marittimo, infatti, ciò significa maggiore difficoltà nella pianificazione delle rotte, nella copertura assicurativa, nella definizione dei premi di rischio e nella gestione dei tempi di consegna delle forniture energetiche.
Nel frattempo sta emergendo ulteriore elemento di preoccupazione sul conflitto. Diverse fonti giornalistiche statunitensi – tra cui Bloomberg - hanno sostenuto che il Pentagono e il Consiglio di Sicurezza Nazionale, durante la preparazione del piano per le azioni militari contro l’Iran, non avrebbero valutato pienamente le conseguenze dello scenario peggiore, cioè un blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. È un elemento che rafforza la lettura di un mercato ancora esposto a rischi geopolitici non completamente assorbiti dai dispositivi di emergenza messi in campo da Washington.
Inoltre, le misure statunitensi per attenuare l’impatto economico del conflitto, comprese eventuali scorte navali alle petroliere, potrebbero richiedere settimane prima di produrre effetti concreti. Ma sulla scorta militare alle petroliere lo stesso Pentagono appare scettico, perché la considera una possibilità troppo rischiosa.
In questo contesto la deroga concessa ai carichi russi già in transito appare come uno strumento di compensazione di breve periodo. Secondo Robert Rennie, responsabile della ricerca sulle materie prime di Westpac Banking Corp, citato da Bloomberg, la misura offre un aiuto limitato rispetto al volume di esportazioni potenzialmente compromesso nell’area del Golfo. Rennie stima che tra 125 milioni e 150 milioni di barili di greggio russo si trovino attualmente in navigazione: circa un terzo al largo della Cina, probabilmente destinato allo stoccaggio, e tra 30 milioni e 40 milioni di barili in India, verosimilmente destinati al consumo interno. Il resto si colloca tra Mediterraneo e Atlantico.
L’analista osserva che l’effetto concreto dell’allentamento statunitense equivale soltanto a quattro o cinque giorni di esportazioni perse dal Golfo. La misura, quindi, può contribuire ad ampliare l’offerta disponibile, ma non modifica il quadro strutturale. Anche i dati di tracciamento navale vanno nella stessa direzione: circa 30 petroliere in acque asiatiche trasportano greggio e prodotti petroliferi russi potenzialmente acquistabili, con navi “in attesa di istruzioni” oppure dirette verso Singapore o la Malesia, zone in cui i carichi vengono spesso negoziati mentre le unità restano alla fonda o rallentano la navigazione.
Antonio Illariuzzi




































































