La contesa sui terminal container panamensi di Balboa e Cristóbal si è inasprita con la decisione della Corte Suprema di Panama di annullare la concessione a Panama Ports Company, società controllata di CK Hutchison che ha sede a Hong Kong. La decisione rientra nella più ampia vertenza economica e geopolitica della vendita di tutti i terminal container del Gruppo Hutchison al consorzio formato da BlackRock e Msc, che favorisce gli interessi degli Stati Uniti ma che è stata indirettamente bloccata dal Governo cinese, che pretende l’ingresso nella cordata degli acquirenti di Cosco. E Panama è al centro dello scontro tra i due colossi.
La reazione cinese si articola su due fronti. Su quello giuridico, Panama Ports Company ha avviato un procedimento di arbitrato internazionale contro la Repubblica di Panama, contestando la legittimità del verdetto e delle successive iniziative del Governo. Sul piano politico e diplomatico, le Autorità cinesi hanno definito la sentenza illegittima e politicamente motivata, minacciando ripercussioni nei rapporti economici e istituzionali con il Paese centroamericano.
Secondo quanto comunicato ufficialmente da Panama Ports Company, la sentenza della Corte Suprema sarebbe “priva di base legale” e in contrasto con gli impegni contrattuali assunti dallo Stato panamense. La società sottolinea che le concessioni erano state approvate dal quadro normativo nazionale e rinnovate nel 2021 secondo le procedure vigenti, e che l’annullamento successivo compromette la certezza del diritto per gli investitori esteri. In questo contesto, Ppc ricorda di aver investito circa 1,8 miliardi di dollari statunitensi (circa 1,66 miliardi di euro) in 28 anni di attività nei due scali, presentando la decisione come sproporzionata rispetto alle presunte irregolarità contestate.
Il gruppo CK Hutchison ha formalizzato la propria posizione anche attraverso una comunicazione alla Borsa di Hong Kong, nella quale il Consiglio di amministrazione dichiara di “non essere d’accordo” con la sentenza e con le misure adottate dal Governo panamense. La nota precisa che la società sta consultando i propri consulenti legali e si riserva “tutti i diritti”, inclusa la possibilità di ulteriori azioni legali a livello nazionale e internazionale. In parallelo, Panama Ports Company ha contestato le modalità operative con cui lo Stato ha avviato un piano di transizione tecnica e ha iniziato a prendere il controllo delle operazioni portuali, sostenendo che tali passaggi sarebbero avvenuti prima della pubblicazione integrale della sentenza e della sua piena definitività.
Il 4 febbraio 2026 la società ha annunciato l’avvio di un procedimento di arbitrato internazionale contro la Repubblica di Panama in relazione all’annullamento anticipato del contratto di concessione. L’arbitrato è stato attivato presso la Corte di arbitrato della Camera di Commercio Internazionale, come previsto dalle clausole contrattuali sui meccanismi di risoluzione delle controversie. Secondo le comunicazioni del gruppo, l’obiettivo dell’iniziativa è ottenere una compensazione economica per i danni derivanti dalla cessazione anticipata delle concessioni e dall’interruzione di un rapporto contrattuale che, a giudizio della società, era conforme al quadro legale al momento della firma e della proroga.
Oltre al procedimento arbitrale, CK Hutchison ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori contenziosi presso giurisdizioni nazionali pertinenti, segnalando che la vicenda potrebbe avere riflessi anche su operazioni straordinarie in corso, inclusa la vendita globale degli assetti portuali del gruppo. Questa posizione rafforza l’interpretazione della società secondo cui la sentenza panamense avrebbe un impatto che va oltre il singolo caso, incidendo sulla stabilità complessiva dei contratti di concessione a lungo termine nel settore portuale.
Accanto alla contestazione tecnico-giuridica, la decisione della Corte Suprema ha innescato una forte reazione politica da parte cinese. Secondo quanto riportato da media internazionali, il Dipartimento per gli Affari di Hong Kong e Macao e altri uffici collegati al Governo di Pechino hanno definito il verdetto “assurdo”, “vergognoso” e “patetico”, accusando Panama di aver agito sotto pressioni politiche esterne, in particolare degli Stati Uniti. In queste dichiarazioni, la scelta panamense viene presentata come una violazione dei principi di tutela degli investimenti stranieri e come un segnale negativo per l’affidabilità giuridica del Paese.
Le prese di posizione ufficiali cinesi arrivano a evocare “pesanti conseguenze politiche ed economiche” per Panama, invitando il Governo a rivedere la propria linea e a “correggere il corso” delle decisioni adottate. Un editoriale pubblicato da China Daily Hong Kong, considerato vicino alle posizioni ufficiali di Pechino, sostiene che la sentenza manchi di fondamento legale e costituisca un precedente pericoloso per la sicurezza degli investimenti cinesi all’estero, in particolare nei settori infrastrutturali strategici. Alcuni commentatori e testate in lingua inglese parlano apertamente di un atto di ostilità politica nei confronti di una società di Hong Kong e, indirettamente, della Cina.
Antonio Illariuzzi











































































