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    DP World studia il corridoio marittimo canadese

    La controllata canadese di DP World ha firmato con Arctic Gateway Group e CentrePort Canada un memorandum per valutare un corridoio integrato tra Winnipeg e la Baia di Hudson. L'intesa, annunciata il 26 ottobre 2026, non prevede ancora investimenti e prende in esame anche il traffico container.

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  • L’Iru chiede pagamenti all’autotrasporto entro trenta giorni

    L’Iru chiede pagamenti all’autotrasporto entro trenta giorni

    In un documento del 2 ottobre 2026, l'Iru chiede all'Unione Europea un Regolamento specifico contro i ritardi di pagamento all'autotrasporto. Il testo prevede un termine massimo di trenta giorni senza deroghe, interessi automatici, autorità di controllo nazionali e un canale per le denunce anonime.

    Frode da 166 milioni nella logistica per Gdo in Campania

    Foto: Guardia Finanza

    Il polo logistico di Aversa Nord, nell'area industriale della provincia di Caserta, è uno nodo importante per la distribuzione di prodotti alimentari e beni di largo consumo nell'Italia centro-meridionale. Ogni giorno, centinaia di addetti movimentano merci per conto di uno dei principali operatori della grande distribuzione organizzata. In un caso, sulla carta quei lavoratori erano dipendenti di cooperative che cambiavano nome con cadenza regolare però per quanto riguarda luogo di lavoro, mansioni, orari e nei referenti operativi operano come dipendenti. È questa l’ipotesi dell'indagine che ha portato, ad aprile 2026, a un sequestro preventivo di beni per un valore complessivo superiore a 30 milioni di euro, nell'ambito di un procedimento penale coordinato dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord e delegato al Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Napoli.

    Questa vicenda ne ripercorre altre avviate o concluse in tutta Italia nella logistica. I magistrati hanno posto sotto indagine 29 persone fisiche e giuridiche per i reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Le indagini, condotte con la collaborazione del Settore Contrasto Illeciti dell'Agenzia delle Entrate e riferite agli anni d'imposta dal 2019 al 2025, hanno svelato una frode fiscale costruita con cura nel segmento della grande distribuzione organizzata: fatture per un importo complessivo superiore a 166 milioni di euro, qualificate dagli inquirenti come inesistenti sia sul piano giuridico che su quello soggettivo.

    Il meccanismo era articolato su più livelli. Al vertice della filiera si trovava la società committente, beneficiaria sostanziale dell'intero sistema, che gestisce un centro distributivo di Aversa Nord. Per i servizi di logistica e movimentazione merci svolti presso il proprio stabilimento, questa impresa (di cui gli inquirenti non hanno fornito il nome) si avvaleva formalmente di due consorzi. Questi ultimi si appoggiavano a diciotto società cooperative, costituite e utilizzate come serbatoi di manodopera. Le cooperative assumevano formalmente i lavoratori, che tuttavia svolgevano la propria attività direttamente presso i locali della committente, sotto la sua direzione e il suo controllo. Quello che appariva come un articolato sistema di appalti di servizi sarebbe stato, secondo la ricostruzione della Procura, una somministrazione illecita di manodopera, strutturata per eludere tanto le regole del lavoro quanto quelle fiscali.

    I consorzi al centro della filiera formale erano privi di reale capacità operativa: pochi beni strumentali, scarsa dotazione di veicoli, attività quasi esclusivamente orientata verso la committente sin dalla loro costituzione. Le cooperative si presentavano in modo analogo: sedi di fatto inesistenti o inidonee, assenza di utenze e di struttura organizzativa autonoma, amministratori prestanome, medesimi professionisti che seguivano più cooperative per gli adempimenti fiscali e societari. In molti casi, le stesse società risultavano assenti presso gli indirizzi dichiarati.

    L'elemento che, per gli inquirenti, svela in modo più diretto la natura sostanziale del rapporto è la gestione dei lavoratori. La committente organizzava direttamente turni, orari e mansioni attraverso sistemi informatici avanzati, capaci di impartire istruzioni ai lavoratori e verificare in tempo reale l'andamento delle attività. Era, a tutti gli effetti, l'esercizio dei poteri tipici del datore di lavoro. I contratti di appalto erano, secondo la Procura, simulati: usati per coprire una somministrazione di lavoro non consentita, con fatture qualificate come inesistenti sia sotto il profilo giuridico, in quanto riferite ad appalti fittizi, sia sotto il profilo soggettivo, perché emesse da soggetti diversi dai reali fornitori della manodopera.

    Il vantaggio economico dell'operazione era costruito su una leva fiscale precisa. Le cooperative, fin dalla loro costituzione, avrebbero sistematicamente omesso di versare l'Iva. Le somme incassate a titolo d’imposta venivano invece destinate quasi integralmente al pagamento degli stipendi e degli altri costi del personale: in questo modo, l'Iva diventava uno strumento per finanziare il costo del lavoro, riducendo i corrispettivi praticati verso consorzi e committente al di sotto di qualsiasi livello raggiungibile da un operatore regolare. La committente, nel frattempo, detraeva l'Iva indicata nelle fatture ricevute dai consorzi, conseguendo un indebito risparmio d'imposta. Il fisco non incassava né dall'una né dalle altre.

    Il risultato era un vantaggio competitivo sistematico: la possibilità di gestire centinaia di lavoratori senza assumerli direttamente, evitando i costi e i vincoli del lavoro subordinato, con una flessibilità organizzativa che nessun modello legale avrebbe potuto garantire agli stessi prezzi. Rispetto agli operatori logistici che rispettano le regole fiscali e contrattuali, il sistema produceva un dumping strutturale sul costo del lavoro.

    A completare il quadro, le indagini hanno rilevato l'uso di artifici contabili nelle cooperative, che avevano lo scopo di nascondere le perdite e a rappresentare una situazione economica non vera: ricavi fittizi iscritti a bilancio, debiti verso l'Erario sottostimati. La gestione di tutte le società coinvolte risultava accentrata e riconducibile a un'unica regia, con il supporto stabile degli stessi professionisti per la contabilità e gli adempimenti fiscali. Quando una cooperativa accumulava debiti fiscali non più gestibili, veniva sostituita con una nuova, a cui i lavoratori venivano trasferiti in blocco. La continuità operativa era garantita; quella giuridica e contributiva, no.

    Per i lavoratori, ciò significava precarietà permanente. Formalmente assunti da soggetti privi di reale autonomia imprenditoriale, esposti al rischio di scoperture contributive e di difficoltà nel far valere diritti retributivi e di trattamento di fine rapporto, cambiavano datore di lavoro sulla carta senza che nulla cambiasse nella sostanza del loro rapporto quotidiano con la committente. La rotazione delle cooperative - la loro "consumabilità", secondo la ricostruzione degli inquirenti - era parte integrante del sistema, non un effetto collaterale.

    Un elemento rilevante è però emerso nel corso delle indagini: la società committente ha scelto di regolarizzare la propria posizione per gli anni d'imposta dal 2019 al 2024, presentando dichiarazioni integrative e versando imposte per un importo complessivo di 14.413.269,45 euro, oltre a interessi e sanzioni per 6.229.864,91 euro. Questo ravvedimento ha determinato una riduzione del sequestro preventivo eseguito nei confronti degli altri soggetti coinvolti, sceso a 14.564.502,67 euro. Però il sistema contestato dagli inquirenti resta nella sua interezza, e il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. La responsabilità degli indagati potrà essere definitivamente accertata solo con sentenza definitiva di condanna.

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