Al 10 aprile 2026, lo Stretto di Hormuz è formalmente aperto ma operativamente quasi bloccato. Il corridoio che collega il Golfo Persico al Golfo dell'Oman resta sotto il controllo di fatto delle forze navali iraniane, che hanno fissato una soglia massima di quindici navi al giorno. Prima dell'inizio del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele, avviato circa cinque settimane fa, erano oltre cento le unità che attraversavano liberamente lo stretto ogni giorno. I dati di tracciamento marittimo elaborati da Kpler e da MarineTraffic mostrano la portata della paralisi: in uno dei giorni successivi all'annuncio della tregua tra Washington e Teheran, avvenuto nella notte tra il 7 e l'8 aprile, si sono contati appena cinque transiti. Centinaia di petroliere e portarinfuse stazionano ancora in rada nel Golfo Persico, riducono la velocità o invertono la rotta, nell'attesa di autorizzazioni che tardano ad arrivare. La chiusura iniziale avrebbe lasciato bloccate quasi 800 navi nell'area.
L'Iran gestisce i passaggi in modo selettivo, attraverso la presenza navale dei Pasdaran e pattugliamenti che danno a Teheran un controllo diretto sul ritmo dei transiti. I tracciamenti Ais mostrano navi che rallentano fino quasi all'arresto in prossimità delle acque controllate dall'Iran, in attesa di segnali di via libera. Il tetto di quindici unità al giorno non è codificato in norme internazionali: è imposto sul campo, e costituisce di fatto uno strumento di pressione politica collegato agli accordi di cessate il fuoco con gli Stati Uniti.
La cronologia degli ultimi giorni illustra la fragilità di ogni annuncio politico. L'accordo di tregua del 7-8 aprile ha generato nei mercati aspettative di riapertura: nelle prime ore successive vennero registrati alcuni transiti e la prima petroliera non iraniana ad attraversare lo stretto dopo l'annuncio fu la Msg, battente bandiera del Gabon, con circa 7mila tonnellate di olio combustibile emiratino destinato all'India. Un segnale simbolico, rimasto tale. I raid israeliani su Beirut e sulla valle della Bekaa, letti da Teheran come una violazione della tregua, hanno riportato in poche ore la situazione a una quasi-chiusura, mentre le risposte con razzi di Hezbollah sul nord di Israele hanno alimentato un ciclo di escalation che fa da sfondo diretto alla gestione iraniana dello stretto.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivendica l'accordo con Teheran come una garanzia per la riapertura di Hormuz, ma accusa l'Iran di gestire "in modo pessimo" il traffico petrolifero e di tradire lo spirito della tregua. La Marina americana resta uno dei principali garanti della sicurezza delle rotte energetiche del Golfo, pur cercando ufficialmente di evitare una escalation diretta. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha evocato "opzioni militari" per rendere nuovamente sicuro il passaggio e sta lavorando alla costruzione di una coalizione navale con Paesi alleati. L'UE ha respinto con fermezza l'ipotesi di un pedaggio iraniano sulle navi in transito, richiamando il diritto internazionale e la libertà di navigazione.
Per l'Iran, il controllo dello stretto è uno strumento di pressione in risposta ai raid e alla presenza militare di Stati Uniti e Israele nella regione. La limitazione a quindici navi al giorno consente a Teheran di colpire il cuore del sistema energetico mondiale senza spingersi a una chiusura totale, che irriterebbe anche gli alleati strategici come Cina e India. La gestione di Hormuz è inserita nel negoziato più ampio su tregua, sanzioni e dossier nucleare: ogni parziale apertura o nuova restrizione diventa una moneta di scambio al tavolo politico.
L'impatto economico si estende ben oltre la regione. La riduzione dei flussi attraverso Hormuz alimenta rialzi immediati del prezzo del petrolio e una volatilità marcata sui mercati energetici, con effetti a cascata su trasporti, inflazione e politiche monetarie. Diversi analisti sottolineano che l'Europa è tra le aree più esposte, sia in termini di costi energetici sia di vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. Non esistono rotte marittime alternative comparabili per volumi e costi: eventuali diversioni via pipeline o attraverso altri corridoi come Bab el-Mandeb, che collega la costa araba sul versante del Mar Rosso, non compensano la chiusura di Hormuz.
Il controllo esercitato dall'Iran sullo Stretto di Hormuz entra in tensione con i principi di libertà di navigazione sanciti dalle convenzioni internazionali, ponendo un precedente che preoccupa le potenze marittime. L'ipotesi di missioni multinazionali di scorta alle navi, evocata da Londra e discussa con Washington e alcuni Paesi europei, segnala il rischio di una militarizzazione ulteriore di un'area già estremamente sensibile. L'UE insiste sull'utilizzo di strumenti diplomatici e multilaterali, incluso il ricorso alle sedi Onu e alle norme del diritto del mare, per difendere la libertà di navigazione senza aprire un fronte militare diretto.
Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, da cui partono o transitano buona parte delle esportazioni energetiche del Golfo, sono colpiti direttamente dal rallentamento e stanno diventando snodi diplomatici per i contatti tra i leader occidentali e gli attori regionali. Per gli armatori, nel frattempo, la situazione si traduce in costi in crescita, navi ferme e premi assicurativi in rialzo: il contrasto tra la retorica degli accordi politici e il silenzio dei tracciati Ais rappresenta oggi la misura più precisa della distanza tra la tregua annunciata e la normalità operativa ancora lontana.
M.L.

































































