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    L’autotrasporto dei Balcani sospende i blocchi alle frontiere

    Immagine: TrasportoEuropa IA
    • La protesta coordinata dei camionisti dei Balcani occidentali si è formalmente sospesa dopo cinque giorni di blocchi ai valichi merci verso l’area Schengen. Tra il 29 e il 30 gennaio Serbia, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Montenegro hanno allentato i presìdi in seguito alla pubblicazione della Strategia sui visti della Commissione europea e a impegni su soluzioni transitorie.
    • Secondo stime richiamate dalla Camera di commercio serba, i fermi avrebbero generato perdite fino a 100 milioni di euro al giorno per la sola Serbia, con effetti a catena su esportazioni, consegne a tempo e merci deperibili. Il nodo operativo resta la piena entrata a regime dell’Ees, attesa entro il 10 aprile 2026.
    • Ora l’attenzione si sposta sull’incontro del 3 febbraio a Bruxelles tra i ministri dei Trasporti dei Paesi dei Balcani occidentali e i rappresentanti della Commissione: l’obiettivo è definire regole applicative uniformi alle frontiere, garanzie nella fase transitoria e un percorso verso visti elettronici e “soggiorni brevi prolungati” per conducenti professionali.

    La sera del 30 gennaio 2026 i blocchi alle frontiere con i Paesi Schengen attuata dagli autotrasportatori di Serbia, Montenegro, Bosnia-erzegovina e Macedonia del Nord si è completamente spenta, dopo l’apertura dell’Unione Europea a un confronto sulle regole d’ingresso degli autisti. La vicenda si è concentrata su un punto tecnico diventato vitale per le imprese di autotrasporto: l’applicazione ai conducenti professionali extra-Ue della regola Schengen dei 90 giorni di permanenza su 180, resa più rigida e tracciabile dall’introduzione dell’Entry/Exit system, indicato anche come Ees. Con il passaggio dai timbri manuali alla registrazione digitale, ogni ingresso e uscita è infatti contabilizzato automaticamente; per chi lavora su rotte ricorrenti verso e dentro l’area Schengen, i giorni “si consumano” in pochi mesi tra attese in frontiera, operazioni di carico e scarico e vincoli su guida e riposo. Le associazioni balcaniche hanno insistito su un punto: non si tratta di soggiorni turistici, ma di tempo di lavoro necessario a far viaggiare merci e semilavorati lungo i corridoi che collegano Ue, Turchia e Medio Oriente.

    La protesta è maturata tra fine 2025 e gennaio 2026, quando nel settore si sono moltiplicati i casi di respingimenti, sanzioni e fermi per superamento soglia. Da alcune ricostruzioni dei giornali locali emerge che in Bosnia Erzegovina nel 2025 sarebbero stati oltre cento i conducenti respinti, mentre in Serbia nella settimana precedente alla protesta nove autisti sarebbero stati arrestati in territorio comunitario. Il salto di qualità è arrivato con l’annuncio di un blocco coordinato: dal 26 gennaio alle 12.00, i camion hanno iniziato a fermarsi ai terminal merci di oltre venti valichi, con turnazioni ai presìdi e deroghe limitate per emergenze, carichi umanitari e alcune categorie sensibili.

    In Serbia la regia è attribuita all’associazione Međunarodni Transport guidata da Neđo Mandić. Il Paese ha concentrato il maggior numero di punti di blocco, tra 15 e oltre 20 valichi, con snodi verso Croazia e Ungheria lungo il corridoio paneuropeo X. La Camera di commercio serba, con il presidente Marko Čadež, ha dato copertura istituzionale e soprattutto ha portato la protesta sul terreno economico, stimando danni fino a 100 milioni di euro al giorno per la regione e circa 60 milioni di euro al giorno di impatto diretto sulle esportazioni serbe. La scelta di quantificare pubblicamente l’effetto sui flussi ha avuto un doppio obiettivo: rafforzare la pressione su Bruxelles e rendere la questione “di sistema” per manifattura e catene di fornitura, non solo una vertenza di categoria.

    Mandić, in dichiarazioni riprese dalla stampa serba, ha legato la sospensione del blocco del 30 gennaio alla novità politica arrivata da Bruxelles: il riconoscimento dei conducenti come categoria professionale che può avere necessità di permanenze oltre i 90 giorni. L’associazione ha però posto subito l’attenzione sul punto più delicato per le imprese: la fase transitoria, ipotizzata da Mandić come potenzialmente lunga fino a due anni, nella quale il settore chiede certezze operative ai controlli di frontiera per evitare che l’entrata a regime dell’Ees trasformi ogni anomalia di calcolo in un fermo con perdita di capacità e rottura dei turni.

    In Bosnia Erzegovina la mobilitazione ha avuto un’impronta più “sistemica” grazie al Konzorcijum Logistika BiH, che rappresenta la gran parte del traffico merci del Paese e riunisce decine di migliaia di addetti in centinaia di aziende. La protesta di gennaio si è innestata su una storia recente di tensioni: nel 2025, i trasportatori bosniaci avevano già paralizzato strade e valichi per chiedere alleggerimenti fiscali e burocratici, oltre a interventi su licenze, dogane e costi. A gennaio 2026 l’elemento europeo è diventato prioritario e ha spinto il consorzio a chiedere un appello congiunto all’UE sulla regola 90/180, ritenuta una minaccia per la continuità delle flotte.

    Sul fronte politico interno, il ministro delle Comunicazioni e dei Trasporti Edin Forto ha assunto una posizione di sostegno di merito ai trasportatori, insistendo sul fatto che la soluzione debba essere europea e non solo nazionale. La presidente del Consiglio dei ministri Borjana Krišto ha coinvolto direttamente il capo della delegazione UE a Sarajevo, Luigi Soreca, chiedendo un dialogo costruttivo e un canale stabile per evitare che le interruzioni alle frontiere compromettano export e approvvigionamenti. Anche in Bosnia la sospensione del 30 gennaio è stata collegata alla prospettiva di un impegno formale della Commissione e al calendario già fissato per Bruxelles.

    La Macedonia del Nord ha rappresentato il caso di maggiore esposizione politica diretta, perché il Governo ha scelto di affiancare pubblicamente la protesta. L’associazione Makam-Trans ha guidato i blocchi su dieci valichi, soprattutto verso la Grecia, interrompendo di fatto una delle principali porte di accesso al Mediterraneo orientale lungo il corridoio X. Il 27 gennaio il vicepremier e ministro dei Trasporti Aleksandar Nikoloski si è recato al valico di Blace, definendo la mobilitazione “un avvertimento” in vista della piena operatività dell’Ees prevista per il 10 aprile 2026 e indicando tre piste: rinvio dell’applicazione per i trasportatori, aumento del numero di giorni disponibili oppure esclusione dei conducenti dal perimetro delle regole pensate per i turisti. Nella narrativa politica macedone, il rischio non era solo settoriale: Nikoloski ha collegato l’irrigidimento dei controlli alla tenuta dell’economia regionale e alla capacità di attrarre investimenti legati alle catene di fornitura Ue. La sospensione è arrivata il 29 gennaio in serata, dopo la pubblicazione della Strategia sui visti e la diffusione, da parte del ministro, di un documento in cui la Commissione si impegnerebbe a valutare correttivi per gli autotrasportatori dei Balcani occidentali.

    Il Montenegro, pur aderendo all’impostazione comune sul nodo Schengen, ha avuto una traiettoria diversa perché la protesta si è intrecciata con richieste domestiche e con un punto logistico sensibile: il porto di Bar. Il blocco non ha riguardato solo valichi terrestri verso la Croazia, ma anche accessi e operatività dello scalo, con allerta immediata sul fronte carburanti. Il Paese, privo di capacità di raffinazione, dipende da Bar per una parte centrale dell’importazione e dello stoccaggio. In questo contesto il Governo montenegrino ha accelerato un accordo con l’associazione dei trasportatori: rimborso dell’Iva nei termini, estensione a 72 ore del periodo di transito per merci importate, impegni su orari degli ispettori fitosanitari e su alcune proposte di settore. Resta però aperto il tema accise sui carburanti.

    Sul piano politico esterno, il presidente montenegrino Jakov Milatović ha scelto la via diplomatica, scrivendo alla Commissaria europea all’Allargamento Marta Kos per chiedere “soluzioni pragmatiche” nel quadro Schengen rispetto a Ees ed Etias, presentando la questione come un ostacolo concreto alla mobilità professionale in una regione candidata all’integrazione europea. Il Montenegro ha sospeso i blocchi già il 29 gennaio, segnalando che, almeno sul versante interno, una parte delle leve richieste poteva essere attivata senza attendere tempi europei.

    Accanto ai quattro Paesi protagonisti, le ricadute hanno coinvolto anche chi non partecipava ai presìdi. Il Kosovo è tra i più colpiti per dipendenza dai transiti via Serbia e Macedonia del Nord, con ritardi su importazioni, consegne industriali e progetti legati a materiali in arrivo. E sullo sfondo si è affacciata la dimensione internazionale delle rotte: anche autotrasportatori turchi hanno espresso sostegno, segnale di quanto la dorsale balcanica sia strategica per i flussi terrestri tra UE e mercati a est.

    Il punto di svolta è arrivato il 28 gennaio, quando la Commissione Europea ha presentato una nuova strategia sui visti. Nelle dichiarazioni riportate in quei giorni, il portavoce per gli affari interni Markus Lammert ha affermato che la Commissione riconosce come alcune categorie di cittadini di Paesi terzi, tra cui gli autotrasportatori, possano avere necessità di permanenze oltre 90 giorni per ragioni professionali. La strategia aprirebbe quindi a “soluzioni pragmatiche” costruite con gli Stati membri: da un lato un regime di “soggiorno breve prolungato” per professioni ad alta mobilità, dall’altro strumenti più rapidi come visti elettronici che evitino passaggi in ambasciata e riducano tempi amministrativi.

    Il passaggio dalla cornice politica alla pratica operativa è ora affidato al tavolo del 3 febbraio a Bruxelles, annunciato da Luigi Soreca. Per le imprese di trasporto e per i caricatori che dipendono da questi corridoi, le questioni non sono astratte: servono istruzioni uniformi ai controlli alle frontiere esterne, regole transitorie verificabili che evitino fermi e respingimenti mentre l’Ees entra pienamente a regime, e un coordinamento reale tra Stati membri per limitare differenze applicative tra valichi. Nella lettura proposta dalla Commissione, un nodo parallelo è la riduzione di accordi bilaterali disomogenei rispetto alle regole Schengen, con l’obiettivo di arrivare a una gestione più coerente dei soggiorni professionali di breve durata.

    La prospettiva indicata da Bruxelles è quindi doppia: nel breve, stabilizzare i flussi con garanzie transitorie e strumenti digitali più rapidi; nel medio periodo, costruire un quadro normativo UE che distingua in modo netto la mobilità per lavoro dalla permanenza turistica, senza scaricare sui corridoi logistici l’attrito regolatorio generato dall’inasprimento dei controlli. Per gli operatori della logistica, la variabile chiave resta la prevedibilità: l’esito della vicenda si misurerà sulla capacità di evitare nuove congestioni ai confini e di preservare capacità di trasporto e regolarità delle consegne mentre il calendario dell’Ees procede verso il 10 aprile 2026.

    M.L.

    © TrasportoEuropa - Riproduzione riservata - Foto di repertorio
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