Il 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato, con una netta maggioranza (sei giudici a favore e tre contro) l’intera architettura dei dazi imposta dal presidente Trump in questa prima parte della sua seconda legislatura. Un sistema su cui il presidente ha costruito la sua politica estera. Ora si attende come Trump reagirà alla sentenza della Corte Suprema. Potrebbe appoggiarsi a un’altra norma per riattivare i dazi, o una parte di loro. In tal caso, avrebbe cinque possibilità, che però hanno maggiori limiti rispetto a quella ritenuta illegittima dai giudici.
La prima possibilità viene dalla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 permette al presidente di limitare l’importazione di beni per motivi di sicurezza nazionale, senza limiti all’entità o alla durata. Però potrà farlo solamente dopo un’indagine del Dipartimento del Commercio. Inoltre, i dazi devono riguardare interi settore e non interi Paesi. Trump ha già usato questo strumento nel suo primo mandato per imporre i dazi su acciaio e alluminio, che sono gli unici approvati dall’attuale decisione della Corte Suprema. Altri dazi imposti in questo modo nel secondo mandato sono quelli su autoveicoli e loro componenti e i derivati dai prodotti in rame.
Il secondo strumento normativo per evitare il Congresso è la Sezione 201 del Trade Act del 1974, che autorizza il presidente a imporre dazi se un aumento delle importazioni minaccia, o causa di minacciare, gravi danni ai produttori statunitensi. Ma anche in questo caso bisogna attendere i risultati di un’indagine della Commissione per il Commercio Internazionale e anche in questo caso l’imposizione deve riguardare un preciso settore e non tutte le importazioni da uno o più Paesi. Inoltre, c’è un limite del 50% all’aliquota aggiuntiva rispetto a quella di un dazio vigente e vige una durata massima di otto anni. Trump usò la Sezione 201 per dazi su lavatrici e pannelli solari.
Sempre il Trade Act del 1974 consente nella Sezione 301 all’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti, sotto la direzione del presidente, d’imporre dazi in risposta alle misure commerciali di altre nazioni che sono ritenute discriminatorie nei confronti delle imprese americane o in violazione dei diritti degli Stati Uniti ai sensi degli accordi commerciali internazionali. In questo caso, non vi è alcun limite all'aliquota tariffaria che può essere introdotta. Neppure questa imposizione evita un’indagine preventiva e questi dazi cessano dopo quattro anni, con possibilità di una proroga. La Sezione 301 consente d’imporre dazi a singoli o più Paesi. Trump la ha usata nella sua prima amministrazione per applicare dazi a importazioni cinesi, così come ha fatto Biden.
Ancora il Trade Act del 1974 concede una quarta possibilità a Trump, tramite la Sezione 122. In questo caso, il presidente può imporre dazi per risolvere gravi problemi relativi a pagamenti internazionali. Non serve alcuna indagine, ma l’applicazione deve corrispondere a deficit rilevanti della bilancia dei pagamenti e deve essere limitata nel valore (15%) e nel tempo (massimo 150 giorni). Solo il Congresso può autorizzare un’estensione temporale. Nessun presidente ha mai usato prima questa norma.
Infine Trump può riesumare una norma quasi secolare: lo Smooth-Hawley Act del 1930, sorta durante la depressione, che alla Sezione 338 autorizza il presidente a introdurre dazi su importazioni da Paesi che impongono a loro volta dazi o limitazioni ritenute irragionevoli, o che comunque adottano comportamenti discriminatori sul commercio statunitense. In questo caso l’unico limite è il valore, che non deve superare il 50%. in realtà, questa norma non è mai stata applicata e gli esperti ritengono che un suo uso da parte del presidente potrebbe avviare valide contestazioni legali.









































































