- Tra il 28 febbraio e l'8 marzo 2026 il centro operativo britannico Ukmto ha registrato tredici episodi di sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell'Oman, di cui dieci classificati come attacchi. Il traffico di navi commerciali è crollato a un solo transito nelle ultime 24 ore, contro una media normale di 138 al giorno, nonostante l’invito di Trump a riprendere la navigazione.
- Almeno sette marittimi sono stati uccisi e diversi altri feriti. Il Foro internazionale di contrattazione Ibf ha formalmente designato la zona come area di operazioni belliche, attivando indennità salariali del 100 percento e il diritto al rifiuto dell'incarico per gli equipaggi sotto contratto Ibf.
- Più di 600 eventi di disturbo ai sistemi di navigazione satellitare sono stati registrati nelle ultime 24 ore, con effetti su centinaia di unità. Le coperture assicurative di guerra restano disponibili ma solo viaggio per viaggio, con premi in forte crescita dopo l'estensione delle aree a rischio da parte del Joint War Committee. Gli Usa annunciano venti miliardi di dollari per coperture assicurative.
Anche il 9 marzo 2029 lo Stretto di Hormuz risulta chiuso, nonostante le dichiarazioni iraniane secondo cui sarebbero state in pericolo solo le navi statunitensi e israeliane e l’invito del presidente Trump a riprendere la navigazione. Evidentemente le compagnie marittime – e soprattutto chi le assicura – non si fidano delle dichiarazioni dei due contendenti e lasciano quindi all’ancora le navi nel Golfo Persico. I dati di tracciamento Ais analizzati dal Joint Maritime Information Center (Jmic) — organismo multinazionale di sicurezza marittima costituito nell'ambito delle Combined Maritime Forces a guida statunitense — mostrano che nelle ultime 24 ore si è registrato un solo transito commerciale confermato. In condizioni normali, ogni giorno transitano dallo stretto circa 138 navi, trasportando il 20 percento del petrolio mondiale e una quota consistente delle esportazioni di gas naturale liquefatto.
La diffidenza dei vettori è confermata dai dati del centro operativo britannico Ukmto, che tra il 28 febbraio e l'8 marzo ha documentato tredici episodi di sicurezza marittima, di cui dieci classificati come attacchi veri e propri e tre come attività sospetta, in un'area che comprende il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Golfo dell'Oman. Il Jmic ha aggiornato il livello di minaccia alla categoria “critica”, avvertendo che la pausa negli attacchi registrata nelle ultime 48 ore va interpretata come una sosta temporanea e non come un segnale di distensione.
Anche il bilancio umano della crisi è pesante. Almeno sette marittimi hanno perso la vita e diversi altri sono rimasti feriti, secondo quanto riferito da Arsenio Dominguez, segretario generale dell'Organizzazione Marittima Internazionale Imo, intervenuto il 9 marzo all'apertura del sottocomitato sui sistemi e le apparecchiature di bordo. Tra le vittime ci sono quattro membri dell'equipaggio di un rimorchiatore colpito da proiettili circa sei miglia nautiche a nord dell'Oman, mentre prestava assistenza alla portacontainer danneggiata Safeen Prestige. In un precedente episodio, la petroliera Mkd Vyom fu colpita a circa 44 miglia nautiche a nordovest di Muscat, con la conseguente esplosione e incendio in sala macchine che provocò la morte di un marittimo.
Il Foro internazionale di contrattazione Ibf, accordo globale tra sindacati marittimi e armatori, ha risposto alla crisi designando formalmente lo Stretto di Hormuz, il Golfo dell'Oman e il Golfo Persico come area di operazioni belliche. La designazione attiva una serie di tutele per gli equipaggi sotto contratto Ibf: un'indennità salariale pari al 100 percento della retribuzione ordinaria, un aumento degli indennizzi in caso di morte o invalidità, e il diritto a rifiutare l'assegnazione nella zona di conflitto.
Sul fronte delle coperture assicurative, quello determinante sulla decisione di navigare o meno, l'Unione internazionale delle assicurazioni marine ha confermato che le polizze di guerra per i viaggi nel Golfo Persico restano disponibili, ma tipicamente solo su base viaggio per viaggio e con condizioni di sottoscrizione più stringenti, dopo che il Joint War Committee ha esteso le aree a rischio elencate nelle acque del Golfo Persico e adiacenti.
A complicare ulteriormente il quadro operativo si aggiunge la guerra elettronica. Il Jmic ha registrato più di 600 eventi di disturbo ai sistemi di navigazione satellitare Gnss nelle ultime 24 ore, con fenomeni di spoofing Gps, anomalie Ais e degrado intermittente del segnale in tutto lo Stretto di Hormuz, nel Golfo dell'Oman e nel Golfo Persico. Le Autorità hanno raccomandato ai marittimi di affidarsi in misura maggiore ai rilevamenti radar, ai rilevamenti visivi e alla verifica incrociata dei sistemi di navigazione. Ma evidentemente ciò complica le attività in un’area ristretta e piena di navi. Gli analisti di sicurezza ritengono che il disegno complessivo della campagna sia finalizzato a creare distruzione operativa e incertezza piuttosto che ad affondare le navi.
Alcuni movimenti nell’area avvengono comunque, ma al di fuori della visibilità radar ordinaria. La società di analisi marittima TankerTrackers.com ha identificato sei petroliere conformi alle sanzioni — due Very Large Crude Carrier, tre Suezmax e una Panamax — che risultavano inattive sull'Ais da più di 48 ore nelle acque a ovest dello stretto, con destinazioni dichiarate tra cui Cina, India e Giappone. Una di esse, il Suezmax Shenlong (Imo: 9379210), è riemersa sul sistema Ais nelle acque di avvicinamento a Mumbai con circa un milione di barili di greggio saudita a bordo, suggerendo che alcune navi stiano deliberatamente limitando le trasmissioni Ais durante la traversata della zona ad alto rischio.
Secondo i calcoli di Lloyd's List Intelligence, dall'inizio del mese circa 44-45 navi hanno attraversato lo stretto, con un calo di circa il 90 percento del tonnellaggio rispetto ai livelli normali. Le navi greche risultano tra le più attive nei transiti rimasti: Bridget Diakun, analista senior di rischio e conformità di Lloyd's List Intelligence, ha spiegato che le unità affiliate alla Grecia si trovano cariche di petrolio all'interno del Golfo e si stanno dirigendo verso lo stretto. Se riescono a passare senza incidenti, questo potrebbe incoraggiare altri armatori e operatori a rivedere il proprio calcolo del rischio, ha aggiunto Diakun, precisando però che molto dipenderà da come evolverà la situazione.
L'impatto della crisi si fa sentire anche sui mercati dell'energia e sulle catene di approvvigionamento globali. L'India, che importa circa il 90 percento del proprio fabbisogno di greggio con quasi la metà proveniente dal Medio Oriente, dispone di riserve per soli trenta giorni a causa dei tempi di transito brevi. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato la concessione di una deroga che consente a Nuova Delhi di acquistare greggio russo, con l'obiettivo di mantenere il flusso di petrolio sul mercato globale senza offrire, secondo le autorità Usa, vantaggi finanziari rilevanti al Governo russo. La Corea del Sud, principale fornitore di carburante avio per la costa occidentale degli Stati Uniti, ha convocato domenica una riunione d'emergenza per discutere l'utilizzo delle riserve petrolifere strategiche nazionali al fine di contenere i prezzi della benzina sul mercato interno: circa il 70 percento delle importazioni di greggio di Seul transita dallo Stretto di Hormuz.
Come abbiamo detto, presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato gli armatori a non rinunciare ai transiti. “Queste navi devono passare per lo Stretto di Hormuz e dimostrare un po' di coraggio”, ha dichiarato in un'intervista alla rete Fox News. La posizione dell'amministrazione si fonda sulla convinzione che le operazioni militari condotte contro l'Iran abbiano gravemente ridotto le capacità marittime di Teheran. Gli armatori, tuttavia, continuano a valutare con prudenza la ripresa dei viaggi: gli attacchi con missili e droni, le esplosioni di origine non chiara e le tecniche di sabotaggio già documentate hanno dimostrato che le navi civili possono diventare rapidamente bersagli collaterali in un conflitto regionale.
M.L.








































































