L'Agenzia Internazionale dell'Energia (Iea) ha convocato l'11 marzo 2026 una riunione straordinaria dei 32 Paesi membri a Parigi, al termine della quale ha ottenuto l'approvazione unanime del più grande rilascio coordinato di scorte petrolifere strategiche mai realizzato: 400 milioni di barili immessi sul mercato per fronteggiare lo shock di offerta generato dalla guerra in Medio Oriente. La decisione risponde a una crisi che la stessa Iea definisce, nei propri comunicati e rapporti, la più grande interruzione delle forniture di petrolio nella storia del mercato globale.
Il fulcro geografico della crisi è lo Stretto di Hormuz, punto di transito di circa un quinto del petrolio mondiale. Gli attacchi iraniani a petroliere e infrastrutture nel Golfo Persico, avviati a seguito dell'offensiva militare condotta da Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran hanno di fatto bloccato la rotta. La combinazione del blocco dello Stretto con i danni a impianti produttivi e raffinerie della regione ha sottratto al mercato circa otto milioni di barili al giorno nel mese di marzo, pari a quasi il 10% della domanda globale. Il prezzo del Brent, che si collocava nella fascia 70–80 dollari al barile prima dell'escalation, si è portato rapidamente verso 90–100 dollari e poi vicino a 120 dollari in pochi giorni. Poi è sceso, ma l’11 marzo ha superato ancora i 100 dollari.
I segnali di un intervento imminente erano emersi già ai primi di marzo, quando un documento interno dell'Iea, rivelato dalla stampa, parlava esplicitamente di "preparazione" a stabilizzare il mercato attraverso l'uso delle scorte, segnalando che i flussi di greggio e gas naturale liquefatto attraverso Hormuz erano "considerevolmente colpiti". Il 10 marzo le principali agenzie economiche avevano già riportato che l'Iea stava proponendo ai Paesi membri il più grande rilascio di riserve di sempre. L'annuncio ufficiale è arrivato l'11 marzo, con la delibera unanime dei 32 Paesi che compongono l'agenzia.
Il volume approvato – 400 milioni di barili – supera nettamente i 182–183 milioni di barili rilasciati nel 2022 in risposta all'invasione russa dell'Ucraina, che erano stati fino ad allora il record storico. Secondo le stime citate da agenzie e quotidiani internazionali, i 400 milioni di barili coprirebbero circa venti giorni delle forniture perdute a causa della crisi di Hormuz. Il direttore esecutivo dell'Iea, Fatih Birol, ha definito l'operazione "un'azione collettiva d'emergenza di portata senza precedenti di fronte a sfide di mercato senza precedenti", sottolineando il carattere eccezionale della misura e la necessità di rassicurare i mercati.
Nella comunicazione ufficiale, la posizione dell'Iea ruota attorno a tre argomenti principali. In primo luogo, le scorte strategiche sono presentate come uno strumento temporaneo: un cuscinetto per colmare parzialmente il deficit di offerta e frenare la spirale dei prezzi, in attesa che le rotte marittime vengano riaperte e che l'intensità del conflitto si riduca. In secondo luogo, l'agenzia avverte che prezzi del petrolio stabilmente sopra i 120 dollari al barile – e potenzialmente in direzione dei 150 – rischiano di alimentare una nuova ondata inflazionistica e di frenare la crescita globale, colpendo in misura rilevante i Paesi importatori. In terzo luogo, la crisi viene usata per rinnovare l'invito a rafforzare la resilienza del sistema energetico mondiale attraverso la diversificazione delle rotte, il potenziamento delle scorte e l'accelerazione della transizione verso fonti alternative.
I Paesi che contribuiscono al rilascio comprendono tutte le principali economie importatrici: gli Stati Uniti con la quota maggiore, seguiti dai principali Paesi dell'Ue – tra cui Germania, Francia, Italia e Spagna – dal Regno Unito, dal Giappone, dalla Corea del Sud, dal Canada e dall'Australia. Germania, Austria e Giappone hanno annunciato parallelamente l'utilizzo di quote delle proprie riserve nazionali. Nel complesso, i 32 Paesi membri dell'Iea detengono oltre un miliardo di barili di riserve strategiche. I ministri dell'Energia del G7 si sono riuniti a Parigi per valutare le opzioni di contenimento dei prezzi, chiedendo all'agenzia di definire le misure concrete da adottare.
Sul fronte dei produttori della regione, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Iraq hanno dovuto in alcuni casi ridurre la produzione o deviare parte dei flussi verso rotte alternative, come la direttrice saudita via Mar Rosso, comunque insufficiente a compensare la perdita di Hormuz. Il mercato ha risentito anche della chiusura o del danneggiamento di alcune raffinerie del Golfo, con pressioni particolari sui segmenti del gasolio e del cherosene per aviazione.
La scala dell'intervento è stata letta da analisti ed esperti come indicazione che l'Iea non si aspetta una risoluzione rapida del conflitto: un rilascio di tale entità, argomentano le fonti citate dalla stampa internazionale, non sarebbe giustificato se la guerra fosse destinata a durare pochi giorni. La misura è al tempo stesso un messaggio di governance: i Paesi dell'Iea intendono dimostrare che esiste un meccanismo di coordinamento capace di reagire con rapidità a crisi di questa portata, aggiornando il ruolo che l'agenzia svolgeva già a partire dagli anni Settanta.
La crisi mette in luce un paradosso strutturale che gli stessi rapporti dell'Iea avevano già evidenziato. Nei mesi precedenti, l'agenzia descriveva una domanda di petrolio in rallentamento nel medio periodo, con la possibilità di un surplus di capacità produttiva qualora gli investimenti non venissero adeguati ai nuovi scenari della transizione energetica. La guerra in Medio Oriente e il blocco di Hormuz dimostrano però che, nonostante la transizione in corso, il sistema energetico mondiale resta esposto a pochi punti di strozzatura concentrati in aree geopoliticamente instabili. La vulnerabilità di breve termine rimane alta finché i grandi volumi di greggio sono fisicamente concentrati in rotte obbligate e in Paesi produttori soggetti a tensioni militari.
Le dichiarazioni dell'Iea insistono su questo punto: la crisi attuale rafforza le ragioni per investire nella diversificazione delle fonti energetiche, nella riduzione strutturale della dipendenza dal petrolio e nell'accelerazione degli investimenti in alternative rinnovabili. Il rilascio di 400 milioni di barili può attenuare lo shock immediato, ma non modifica le condizioni di fondo che rendono il mercato petrolifero vulnerabile a interruzioni di questa natura.
Antonio Illariuzzi






































































