Secondo il rapporto "Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita" diffuso a marzo 2026 dal Centro Studi Confindustria, l'economia italiana si avvia verso un 2026 di stagnazione, con una crescita del prodotto interno lordo rivista al ribasso di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime precedenti, attestandosi a un modesto +0,5%. Per il 2027 la ripresa resta contenuta, con un +0,6% che non compensa il potenziale perduto. Il quadro è il risultato della combinazione tra l'incertezza generata dai dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 e l'impatto del conflitto in Iran sulle quotazioni delle materie prime energetiche.
Lo scenario di base elaborato dal Centro Studi Confindustria ipotizza, in via ottimistica, una conclusione del conflitto entro marzo 2026. Anche in questo caso, tuttavia, le ripercussioni sull'Europa restano rilevanti. Il continente, fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi, subisce lo shock energetico in misura asimmetrica rispetto agli Stati Uniti, che in quanto esportatori netti di petrolio e gas possono attingere al greggio Wti a prezzi strutturalmente inferiori, con uno scarto stimato tra 15 e 20 dollari rispetto al Brent. Questa divergenza si traduce in un vantaggio competitivo per le imprese nordamericane a scapito di quelle europee, italiane in primo luogo.
Le ricadute sui prezzi dell'energia sono immediate e quantificate. Il petrolio Brent è atteso a 78 dollari al barile in media nel 2026, con una revisione al rialzo di 16 dollari rispetto alle stime di ottobre. Il gas europeo, nell'ambito dello stesso scenario, dovrebbe attestarsi a 41 euro per megawattora, in rialzo di 9 euro rispetto alle previsioni precedenti. Solo nel 2027, con il progressivo allentamento delle tensioni, i prezzi dovrebbero tornare su livelli più sostenibili: 65 dollari al barile per il Brent e circa 30 euro per megawattora per il gas.
L'impennata dei costi energetici si trasmette all'inflazione complessiva con una velocità preoccupante. Il Centro Studi Confindustria stima un tasso medio del 2,5% per il 2026, con un picco intra-annuale del 3%, rispetto al +1,5% registrato nel 2025. L'erosione del potere d'acquisto si riflette direttamente sui consumi delle famiglie, previsti in crescita di appena lo 0,7%. I redditi reali, al netto dell'inflazione, aumenteranno di un marginale +0,1%, insufficiente a sostenere una dinamica di spesa robusta. Le famiglie reagiscono incrementando il risparmio precauzionale, sottraendo risorse alla domanda interna in un momento in cui questa sarebbe cruciale per compensare la debolezza della domanda estera.
Le esportazioni, infatti, restano fiacche, con una crescita prevista allo 0,6% nel 2026, frenata dal rallentamento della domanda globale e dall'aumento dei costi di approvvigionamento e trasporto. Gli investimenti fissi lordi, che nel 2025 crescevano ancora al +3,5%, subiscono una brusca decelerazione: il rapporto prevede un +2,3% nel 2026 e un ulteriore rallentamento all'+1,3% nel 2027. Il clima d’incertezza, combinato con l'esaurimento degli incentivi automatici che avevano sostenuto il ciclo precedente, comprime le decisioni di spesa in conto capitale delle imprese.
A rendere il quadro più complesso contribuisce la svolta della Banca Centrale Europea. Contrariamente a quanto atteso fino a pochi mesi fa, il Centro Studi Confindustria prevede ora un rialzo dei tassi di 25 punti base entro dicembre 2026. La rimozione di questo stimolo monetario si aggiunge alle pressioni già esistenti, restringendo le condizioni di accesso al credito proprio quando le imprese avrebbero bisogno di margini finanziari più ampi per affrontare la transizione e sostenere gli investimenti.
Sul fronte della finanza pubblica, il rapporto segnala una relativa tenuta. Il deficit è atteso al 2,8% del prodotto interno lordo nel 2026 e al 2,7% nel 2027, in linea con i parametri europei. Il debito pubblico, invece, toccherà un picco del 138,7% nel 2026, per effetto delle erogazioni legate ai crediti edilizi, prima di scendere al 138% nel 2027. Il mercato del lavoro, che aveva registrato nel recente passato risultati storicamente positivi, inverte la tendenza: il tasso di disoccupazione risalirà dal minimo del 5,1% a inizio anno fino al 5,8% nel biennio 2026-2027.
In questo scenario, il rapporto individua nella spesa per la difesa uno degli unici motori di espansione disponibili nel breve periodo. L'adeguamento agli obiettivi della Nato, che prevede un salto dall'attuale 1,5% del prodotto interno lordo al 3,5%, non si configura come un semplice aggravio di bilancio, ma come una leva di politica industriale. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, nello scenario ottimistico il moltiplicatore fiscale di questa spesa può raggiungere quota 2, generando ricadute positive su occupazione, innovazione e produzione industriale. Il rapporto sottolinea che l'aumento del prodotto interno lordo nominale derivante da questi investimenti potrebbe compensare, almeno in parte, l'impatto del maggiore deficit, trasformando un vincolo geopolitico in un'opportunità di sviluppo tecnologico per l'industria nazionale.
Il secondo motore indicato dal Centro Studi Confindustria è il Pnrr. Con il venir meno degli incentivi automatici che avevano trainato gli investimenti nel ciclo precedente, la piena attuazione dei progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza diventa determinante per sostenere la domanda di infrastrutture e servizi. Questa valutazione riveste un interesse diretto per il settore logistico e dei trasporti, chiamato a recitare un ruolo centrale nell'esecuzione degli interventi previsti.
Accanto ai rischi congiunturali, il rapporto mette in evidenza vulnerabilità strutturali di lungo periodo che pesano sulla capacità competitiva del sistema. La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dall'25% del 2005 all'attuale 20,6% della popolazione, segnando un calo demografico che riduce la base del capitale umano disponibile. Il mercato del lavoro fatica a integrare i neolaureati: solo il 67,6% risulta occupato, contro l'81% della media dell'Eurozona. La conseguenza è un esodo di talenti quantificato in 190mila giovani partiti dall'Italia negli ultimi cinque anni, la metà dei quali in possesso di laurea, con una concentrazione nelle discipline ingegneristiche e informatiche. Una perdita che si traduce direttamente in minore capacità d’innovazione per le imprese.
Il Centro Studi Confindustria segnala l'esistenza di scenari alternativi, entrambi al ribasso rispetto al quadro di base. In caso di guerra prolungata oltre marzo 2026, la crescita del prodotto interno lordo potrebbe azzerarsi (scenario B) o addirittura diventare negativa (scenario C), con implicazioni rilevanti su occupazione, investimenti e stabilità del debito pubblico. La probabilità di questi scenari dipenderà dall'evoluzione del conflitto e dalla capacità dell'Europa di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in tempi rapidi.






























































