I figli degli autotrasportatori devono seguire la strada del padre? A volte o fanno, a volte hanno una diversa vocazione. È il caso di Vasco Rossi che, figlio di un autotrasportatore, ha scelto il palco al volante. La sua storia inaugura la serie dei podcast di K55 “Mio padre, un camionista”, dedicata proprio ai figli di chi ha trascorso una vita in cabina, più o meno noti.
Il padre della rockstar di Zocca, Giovanni Carlo “Carlino” Rossi, era un padroncino. Morì il 31 ottobre 1979, a 56 anni, stroncato da un malore nel suo camion mentre lavorava. Vasco aveva 27 anni e solo due album all’attivo. Quel padre che “amava il suo lavoro perché gli dava il senso di libertà” non fece in tempo a vedere l’esplosione di una carriera che avrebbe superato i 40 milioni di dischi venduti e riempito stadi per decenni.
Nella sua autobiografia e sui social, Vasco ricorda il dolore di quel giorno, la telefonata della madre Livana, il viaggio a Trieste per riportarlo a casa. Racconta l’orgoglio silenzioso di Carlino, capace di incoraggiarlo anche quando a Zocca lo consideravano “svitato”. E confessa che quella forza e quella determinazione sono entrate dentro di lui proprio dopo la sua scomparsa. C’è poi la memoria più profonda: Giovanni Carlo Rossi, internato militare in Germania, sopravvissuto ai lager e tornato a casa con 37 chili di peso ma con uno spirito indomito.
Nel 2020 gli è stata conferita la medaglia d’onore. Dal lavoro forzato nei campi nazisti alle notti passate a caricare cassette di frutta e montare catene sulla neve, la sua è la storia di un uomo che non si è mai piegato. Vasco ne custodisce l’eredità come una guida morale. In quelle mani rovinate dal lavoro, in quel mezzo sorriso segnato dalla guerra, c’è l’origine di una voce che ancora oggi emoziona. Una voce rock, figlia di un camionista.
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