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  • Camionista spara a un collega con pistola scacciacani

    Camionista spara a un collega con pistola scacciacani

    Un camionista di 42 anni è stato denunciato dalla Polizia Stradale di Modena per minaccia aggravata dopo aver esploso un colpo con una pistola scacciacani contro un collega lungo l'A1, al culmine di una lite tra autotrasportatori nei pressi di Modena Nord.

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    Nuovi dazi e trasporto marittimo internazionale


    Sono ormai note le linee generali di politica commerciale della attuale amministrazione Trump volte a rilanciare la produzione interna. A seguito di lavatrici e pannelli solari è ora il turno di barriere protezionistiche su acciaio, al 25%, e alluminio, al 10%. A sostegno di tali politiche, a fine febbraio una ricerca del Department of Commerce americano eseguita su 232 codici armonizzati ha indicato che le pratiche commerciali non eque nei confronti degli Stati Uniti richiederebbero tariffe protezionistiche. Secondo una elaborazione dei dati presentata dal Journal of Commerce, questi 232 codici riguarderebbero non più dell'1,2% del traffico container da e verso gli Usa (pari a circa 290mila teu) e quindi si ritiene tali misure siano irrilevanti rispetto alle proiezioni di crescita del traffico container nel 2018.
    Ma il settore a risentire maggiormente delle tariffe doganali sarà il dry bulk, ovvero i carichi alla rinfusa di alluminio e acciaio. I principali porti di ingresso di tali merci negli Usa sono quelli del Golfo del Messico (Houston, Mobile, New Orleans) e in quantità minori del Pacifico del Nord e della regione dei Grandi Laghi. Tali porti sono specializzati nella lavorazione della materia prima in semi lavorati quali lastre e spirali di alluminio e altre leghe metalliche e nella riesportazione delle stesse verso i centri produttivi prossimi, soprattutto Messico e resto del Centro America.
    Ad alzare la voce contro i dazi negli Stati Uniti sono gli operatori delle attività terminalistiche (Houston e Mobile su tutti), preoccupati di una sostanziale riduzione di volume e navi in entrata e in uscita di tipo Handymax, cioè inferiori ai 50mila DWT. Inoltre, tali operatori mettono in luce come i volumi di metallo in importazione siano combinati con volumi di grano e soia in esportazione tramite lo scambio intermodale via chiatta (delta del Mississipi e Grandi Laghi). Quindi una riduzione di volume di tali metalli indirettamente produrrebbe un aumento nei costi di trasporto del grano e della soia verso l'estero (in tal caso i principali mercati di acquisto sono Brasile e Cina).
    Tuttavia, il tenore generale dei commenti da parte degli altri operatori del settore e degli analisti sugli effetti negativi delle misure protezionistiche è di un cauto scetticismo. Infatti, più che le misure protezionistiche in sé, preoccupano le possibili azioni commerciali di ritorsione che tali misure potrebbero innescare. Già la Cina per esempio ha annunciato nei giorni scorsi la possibilità di contrattaccare con un rincaro su prodotti chiave per la produzione agricola statunitense quali la soia e il grano, usati come foraggiamento del bestiame.
    Anche se più vaga, la stessa Unione Europa, che con i suoi Paesi membri esporta il 50% dell'acciaio lavorato e semilavorato verso gli Usa, si è trovata in disaccordo con le politiche protezionistiche e ha lasciato intendere possibili azioni di ritorsione. I Paesi europei maggiormente impegnati nell'esportazione di acciaio verso gli Usa sono Svezia e Germania, rispettivamente al 24% circa, Regno Unito e Olanda, 13-15% e per quantità inferiori al 7% ciascuna Francia, Belgio e Austria. L'Italia è tra gli ultimi, con appena l'1% del prodotto europeo.
    Ritornando al cauto scetticismo degli analisti, essi ritengono che più che essere volte a sostenere un presunto rilancio della produzione siderurgica americana, tali misure siano in realtà una tattica in vista della imminente stagione di rinegoziazioni commerciali multilaterali e bilaterali, prime tra tutte il Nafta e la partnership TransAtlantica. Ed infatti è significativo che proprio il Canada, che costituisce circa il 50% dell' export di alluminio verso gli Usa e del 20% di acciaio, è temporaneamente escluso dalle tariffe. Gli altri esportatori di alluminio verso gli Usa, Emirati e Russia rispettivamente al 15% circa si sono per ora astenuti dal commentare, in attesa di più chiari esiti, così come si sono astenuti i giganti del ferro (da cui l'acciaio deriva) Australia e Brasile, che da soli producono l'80% della produzione mondiale.
    Altrettanto significative sono in tal senso le aperture che già all'indomani dell'annuncio delle tariffe venivano fatte verso i partner europei. In ultima analisi, quindi questo protezionismo è funzionale e limitato nello scopo, per tanto si prevedono conseguenze marginali e di breve periodo qualora tali negoziazioni si chiudano in linea con le aspettative commerciali Usa verso i partner commerciali europei e nord americani. Non ci resta che aspettare e stare a vedere.

    Piergiuseppe Paternò

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