Da ottobre 2023 a settembre 2024, la controllata statunitense di Maersk — Maersk Line, Limited (Mll) — avrebbe svolto almeno 43 spedizioni di materiale militare dagli Stati Uniti verso Israele, trasportando componenti per veicoli corazzati prodotti da Oshkosh Defense e destinati al Governo israeliano. È quanto emerge dall'inchiesta pubblicata a febbraio 2025 dal media investigativo danese Danwatch, che ha ottenuto oltre duemila documenti di trasporto relativi alle rotte Usa–Israele in quel periodo. Le spedizioni documentate ammontano complessivamente a migliaia di tonnellate di parti d'arma, trasportate sotto il logo del gruppo di Copenaghen.
Maersk opera attraverso Mll nell'ambito del Maritime Security Program (Msp), il programma con cui il Governo federale statunitense si avvale di vettori privati per il trasporto di materiali civili e militari verso oltre 180 Paesi. È proprio questa doppia funzione — operatore commerciale e partner logistico del Pentagono — a rendere il caso particolarmente complesso sul piano giuridico e reputazionale.
Il nodo centrale della disputa è la definizione di "arma". Il gruppo danese nega con fermezza di aver trasportato "armi o munizioni" verso Israele durante il conflitto, come dichiarato dal Ceo Vincent Clerc all'assemblea generale del 17 marzo 2025, e come ribadito in una nota ufficiale pubblicata sul sito aziendale il giorno seguente. Allo stesso tempo, Maersk ammette di aver movimentato "military-related cargo" — materiali correlati all'uso militare — sostenendo che queste spedizioni siano avvenute in piena conformità con tutte le leggi applicabili e con i contratti sottoscritti con governi e istituzioni.
L'inchiesta di Danwatch, affiancata dalle ricostruzioni del tabloid danese Ekstra Bladet (Billeder afslører: Mærsk sejler krigsudstyr til Israel), mette in discussione questa distinzione. I documenti di carico esaminati dai due organi di stampa riportano descrizioni come "sottocomponenti per veicoli blindati" e "armoured combat vehicles", destinatari istituzionali come il Governo israeliano e codici merceologici riconducibili a sistemi d'arma. Esperti di diritto internazionale citati da Danwatch sostengono che questi materiali abbiano un'alta probabilità di essere stati impiegati nelle operazioni militari a Gaza, dove l'Onu ha documentato la possibile commissione di crimini di guerra e ha chiesto un embargo sulle forniture di armi a Israele.
Maersk replica che, nel quadro del Maritime Security Program, è vietato trasportare carichi classificati o sensibili — incluse armi e munizioni — senza presentare un piano di trasporto specifico approvato dal Governo Usa. La società dichiara che Mll non ha mai presentato un simile piano, concludendo di non aver mai trasportato, tramite l'Msp, carichi di quella natura verso Israele. La distinzione aziendale tra "weapons and ammunition" da un lato e "military-related materials" dall'altro consente, secondo i critici, di servire la filiera bellica israeliana rimanendo formalmente all'interno delle politiche dichiarate.
Il caso ha assunto una dimensione pubblica importante a febbraio 2025, quando circa mille manifestanti hanno bloccato per oltre quattro ore gli accessi al quartier generale di Maersk a Copenaghen, accusando l'azienda di essere la "colonna vertebrale" del flusso di materiali militari dagli Stati Uniti a Israele e chiedendo la fine di ogni cooperazione con il ministero della Difesa israeliano. La protesta è avvenuta a pochi giorni dalla pubblicazione dell'inchiesta Danwatch e ha ottenuto ampia copertura mediatica internazionale. Nella nota di marzo 2025, Maersk ha definito i protagonisti di queste mobilitazioni "gruppi radicali" che "fabbricano azioni o opinioni" del gruppo per ottenere visibilità, pur dichiarando di riconoscere le proprie responsabilità operative nelle zone di conflitto.
Il conflitto si è spostato anche all'interno dell'assemblea degli azionisti. Il gruppo Kritiske Aktionærer ha presentato una mozione per vietare a Maersk il trasporto di armi verso Israele, mentre l'Ong Eko ha promosso una proposta per rafforzare la trasparenza sui processi di verifica preventiva nelle aree a rischio, con un’attenzione specifica sui carichi militari. Entrambe le proposte sono state respinte. Il risultato riflette la struttura del capitale del gruppo: Maersk Holding, la holding della famiglia fondatrice, controlla circa il 41,5% delle azioni ordinarie ma detiene il 54,5% dei diritti di voto, garantendo alla famiglia un peso determinante sulle decisioni assembleari.
La pressione sulle spedizioni di materiali militari verso Israele non si è limitata alla Danimarca. In parallelo, in diversi Paesi europei e mediterranei, sindacati e movimenti portuali hanno bloccato o chiesto il blocco di navi di diverse compagnie, sospettate di trasportare armi o componenti militari. Episodi di questo tipo si sono registrati in Francia, Spagna, Italia e Marocco. Un caso particolarmente documentato riguarda un porto spagnolo che, nel novembre 2024, ha negato l'ingresso a una nave danese accusata di trasportare armi a Israele: anche in questo caso Maersk ha replicato che l'imbarcazione non trasportava "armi militari o munizioni", ripetendo lo schema difensivo già adottato in altri contesti.
Sul piano del diritto internazionale, Danwatch e le organizzazioni che hanno ripreso la sua inchiesta — tra cui il Centre Delàs di Barcellona nel suo rapporto Collateral Profit del 2025 — sostengono che Maersk, continuando a spedire parti d'arma verso Israele dopo ottobre 2023, non rispetterebbe i Principi guida Onu su imprese e diritti umani, che la stessa azienda dichiara di aver recepito nel proprio Codice di condotta del 2023. Maersk si richiama esplicitamente a quegli stessi principi e alle linee guida Ocse sulla condotta responsabile delle imprese, affermando di essere "pienamente conforme" alle normative vigenti.
Il caso Maersk evidenzia una frattura che attraversa il dibattito europeo sulla fornitura di materiali militari a Israele: quella tra legalità formale — in assenza di embarghi vincolanti da parte della Danimarca e di molti partner dell'Ue — e legittimità sul piano etico e politico. Il Governo danese ha dichiarato che le imprese devono rispettare le regole internazionali, ma ha precisato di non poter imporre vincoli che vadano oltre i requisiti di legge. In questo quadro, Maersk si trova a operare in uno spazio in cui la conformità normativa e le aspettative di una parte rilevante della società civile, degli azionisti e dell'opinione pubblica divergono in modo sempre più marcato.
M.L.






































































