Inizia in salita l’acquisizione di Zim Integrated Shipping Services da parte di Hapag-Lloyd: già il giorno dopo l’annuncio dell’accordo, i dipendenti della compagnia israeliana hanno avviato uno sciopero generale a tempo indeterminato contro la cessione. La protesta nasce dal comitato dei lavoratori di Zim, guidato tra gli altri da Oren Caspi e dalla rappresentante sindacale Ziva Lainer Schkolnik, con il sostegno della Histadrut, la principale organizzazione sindacale israeliana. Secondo MarketScreener, circa 800 dipendenti su un totale dei mille in Israele hanno aderito all’astensione dal lavoro, sospendendo le attività operative già dal giorno successivo all’annuncio della vendita. L’organico complessivo comprende circa 800 lavoratori sindacalizzati, circa 100 con contratti individuali e circa 300 addetti tramite appaltatori. La mobilitazione ha avuto come epicentro Haifa, sede centrale della compagnia e uno dei principali porti del Paese, e ha coinvolto anche lo scalo di Ashdod. In entrambi i casi sono state bloccate operazioni di carico e scarico legate alle navi Zim, con unità ferme in banchina e attività sospese.
L’accordo contestato prevede una profonda riorganizzazione della compagnia israeliana. Hapag Lloyd integrerà le attività internazionali di Zim nella propria rete globale, mentre una parte delle attività verrà scorporata e ceduta a Fimi, fondo di investimento israeliano. Questa entità, indicata come New Zim, dovrebbe operare con sedici navi dedicate a garantire collegamenti marittimi diretti per Israele e con un organico stimato in circa 120 dipendenti. Lo Stato israeliano manterrà la golden share, conservando poteri speciali su decisioni considerate sensibili per la sicurezza nazionale.
È proprio la configurazione della New Zim a essere uno dei principali punti di attrito. I rappresentanti dei lavoratori sostengono che il nuovo perimetro sarebbe troppo ridotto per assicurare sostenibilità industriale e ruolo strategico nel lungo periodo. Secondo le stime sindacali, a fronte di circa mille dipendenti attuali in Israele, fino a 900 posti risulterebbero potenzialmente a rischio nel nuovo assetto. Una riduzione di questa portata viene giudicata incompatibile con gli impegni di stabilità occupazionale sottoscritti negli anni e con la funzione storica della compagnia.
Il sindacato Histadrut ha assunto una posizione netta, dichiarando di essere pronto a utilizzare “tutti gli strumenti a disposizione, inclusa la chiusura dell’azienda”, per difendere occupazione e interesse pubblico. La centrale sindacale ha inquadrato la vertenza non solo come conflitto aziendale, ma come questione di rilevanza nazionale, legata alla sicurezza delle forniture e alla continuità dei collegamenti marittimi in scenari di crisi. Il sindaco di Haifa, Yona Yahav, ha espresso sostegno ai lavoratori, sottolineando l’impatto occupazionale locale e il ruolo della compagnia per l’economia della città e per il sistema portuale nazionale.
Zim è infatti considerata un assetto strategico per Israele, soprattutto in situazioni di emergenza. Circa il 98% delle importazioni israeliane arriva via mare attraverso i porti del Mediterraneo. In questo contesto, sindacati e Autorità locali temono che il trasferimento del controllo delle attività internazionali a un operatore straniero possa indebolire la capacità del Paese di garantire approvvigionamenti critici in caso di guerra, sanzioni o interruzioni delle rotte, nonostante la permanenza della golden share statale. Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la possibile redistribuzione delle rotte. I sindacati temono che le tratte più redditizie confluiscano nell’orbita diretta di Hapag Lloyd, mentre le attività meno remunerative rimangano nel perimetro della New Zim, con un’ulteriore erosione della base economica della compagnia israeliana.
Hapag Lloyd ha dichiarato che tutti i dirigenti e il personale del quartier generale di Zim manterranno il posto una volta conclusa l’operazione e che Israele resterà una base importante per le operazioni integrate del gruppo. La società ha inoltre indicato la disponibilità a negoziare in buona fede con i rappresentanti dei lavoratori e ha richiamato esempi di compagnie di dimensioni comparabili alla futura New Zim che operano in modo profittevole. Secondo Reuters, il gruppo tedesco prevede anche l’apertura di un centro di ricerca e sviluppo in Israele che dovrebbe assorbire parte del personale tecnologico. Per il comitato dei lavoratori, tali rassicurazioni non rispondono in modo vincolante al destino dei lavoratori operativi e non chiariscono il perimetro effettivo delle attività che rimarranno sotto controllo israeliano. La richiesta centrale è l’introduzione di garanzie scritte e strutturali su occupazione, ruolo strategico e massa critica della New Zim.
La vertenza si inserisce in un passaggio ancora aperto sotto il profilo regolatorio. Il completamento dell’acquisizione resta subordinato alle autorizzazioni delle Autorità competenti e al voto dell’assemblea degli azionisti di Zim. In tale contesto, lo sciopero rappresenta anche una leva negoziale per influenzare il disegno finale dell’operazione, in una fase in cui Governo, investitori e acquirente sono chiamati a definire gli equilibri tra integrazione internazionale e tutela dell’interesse nazionale.
Sul piano economico-finanziario, diversi osservatori hanno segnalato che la protesta introduce un fattore di rischio operativo nel breve periodo, con possibili ripercussioni sulle attività nei porti israeliani e sulla continuità dei servizi collegati a Zim. Inoltre, l’intesificazione del conflitto sindacale potrebbe incidere sulla percezione del rischio associato all’operazione, in un contesto in cui il percorso autorizzativo non è ancora concluso.
Pietro Rossoni







































































