Ogni anno 200 milioni di tonnellate di merci attraversano le Alpi su strada e ferrovia, con una quota del 90% dell'interscambio commerciale italiano con i Paesi dell'UE e quando i collegamenti vengono interrotti o limitati, anche su più valichi contemporaneamente, i danni all'economia possono raggiungere il miliardo e mezzo di euro l'anno, compresi costi esterni, sociali e ambientali. È la valutazione dello studio “Analisi di resilienza del sistema dei valichi alpini”, commissionato da Unioncamere alla società in house Uniontrasporti e presentato il 4 novembre 2026 alla Camera dei Deputati dal direttore di Uniontrasporti, Antonello Fontanili.
In quarant'anni la quota della ferrovia nel traffico transalpino è scesa dal 48% al 32% e mentre i volumi ferroviari sono cresciuti in media dell'1,9% l'anno, quelli stradali del 6,2%. Nello stesso periodo il traffico si è spostato a oriente, con le relazioni tra Italia e Austria che oggi pesano oltre il 50% e quelle tra Italia e Francia scese al 26%, contro il 48% del periodo 1985-1991. Secondo lo studio, gli effetti di un'interruzione causata dall’interruzione o dal rallentamento di un valico o di una modalità di trasporto possono protrarsi oltre il ripristino della normalità, perché una minore affidabilità nelle consegne rischia di compromettere i rapporti commerciali, fino alla perdita di clienti o d’interi mercati. In tale contesto, le piccole e medie imprese sono le più penalizzate, perché hanno uno scarso potere negoziale sui servizi logistici e meno possibilità di diversificare fornitori, magazzini e itinerari.
Uniontrasporti ha simulato quattro scenari di crisi della rete transalpina, attuali e futuri, con orizzonte al 2040, valutando gli effetti delle interruzioni con e senza le infrastrutture in corso di realizzazione, come la galleria di base del Brennero e la nuova linea Torino-Lione. Sugli undici valichi principali esaminati pesano anche gli interventi di manutenzione programmata, dal traforo del Monte Bianco ai lavori sul versante austriaco del Brennero. Gli scenari si appoggiano a episodi reali: nell'agosto 2023 una frana nella valle francese della Maurienne ha compromesso i collegamenti del Fréjus, interrompendo per circa diciannove mesi la circolazione ferroviaria, e il deragliamento di un treno merci nel traforo ferroviario del San Gottardo ha ridotto per oltre un anno la capacità di uno dei principali corridoi europei. Ci sono anche le restrizioni imposte ai veicoli industriali dal Tirolo austriaco, che hanno già causato aggiuntivi per le imprese stimati in circa 370 milioni di euro l'anno, ai quali si aggiungono 174 milioni per gli effetti dei lavori di manutenzione sul ponte Lueg.
Tra le misure immediatamente attuabili lo studio indica l'individuazione e la prequalifica di itinerari alternativi, con le semplificazioni doganali necessarie, soprattutto nei collegamenti tra Italia e Svizzera, e un protocollo di coordinamento transfrontaliero che consenta ai Paesi interessati d’intervenire con procedure condivise, anche attraverso un cruscotto informativo digitale unico per i flussi e le emergenze. Altre misure richiedono invece decisioni a livello europeo. La prima è riconoscere i valichi alpini come infrastrutture economiche strategiche europee, superando una gestione prevalentemente nazionale, e sviluppare un sistema europeo di gestione coordinata e digitale dei flussi merci, a partire dai corridoi più congestionati. Lo studio chiede poi una valutazione preventiva obbligatoria degli impatti economici per le grandi limitazioni programmate della capacità di attraversamento, con misure compensative o alternative, e il sostegno alla transizione intermodale, accompagnando le imprese senza penalizzarle finché la ferrovia non dispone di capacità e prestazioni adeguate. Uniontrasporti propone infine di misurare sistematicamente i costi di interruzioni, congestioni e disservizi per le imprese e l'economia.
P.R.































































