Un'esplosione davanti alla prua, un incendio a bordo della nave che lo precedeva e pochi secondi per decidere. Il comandante di una petroliera lunga 300 metri ha virato per aggirare l'unità colpita, poi ha chiamato la Marina statunitense per segnalare l'attacco. La scena, avvenuta nello stretto di Hormuz con droni e missili in volo, apre il reportage di Alex Longley pubblicato il 2 ottobre 2026 da Bloomberg, che attraverso la testimonianza di due comandanti ricostruisce come petroliere e metaniere attraversano oggi lo stretto, mentre Washington e Teheran non hanno ancora raggiunto un accordo per riaprirlo al traffico regolare. Le traversate avvengono in larga parte sotto la sorveglianza delle forze armate statunitensi e stanno sostenendo la ripresa dei flussi energetici dalla regione. JPMorgan Chase e Goldman Sachs ritengono che le esportazioni di greggio dal Medio Oriente stiano tornando verso i livelli precedenti alla guerra e la prima banca stima in 17,5 milioni di barili al giorno i volumi in transito dal Golfo. Per i produttori dell'area questi passaggi rappresentano un canale vitale, osserva l'agenzia, mentre armatori e operatori del commercio di materie prime possono contare su ricavi nell'ordine dei miliardi di dollari.
Il comandante, filippino di poco più di quarant'anni, ha parlato a condizione di restare anonimo, al rientro nel suo Paese dopo un imbarco di tre mesi trascorso quasi interamente a fare la spola attraverso lo stretto. Tornando al suo racconto, dopo l'esplosione, la Marina statunitense gli ha comunicato che le altre navi stavano proseguendo il viaggio e gli ha indicato di fare altrettanto. In un'altra occasione il bersaglio è stata la sua petroliera, senza danni né feriti tra l'equipaggio. Le istruzioni per la traversata sono rigide. Le petroliere viaggiano spesso di notte, senza luci di navigazione, senza telefoni e con un solo radar, tenendosi talvolta ad appena un miglio dalla costa dell'Oman, un tratto in cui i fondali sono di circa cento metri. Per orientarsi, il comandante e il suo equipaggio usavano come riferimento la linea di costa e i fari. "Per fortuna ricordo ancora la navigazione tradizionale, quella della vecchia scuola", ha raccontato a Bloomberg, ammettendo che l'obbligo di procedere senza luci rende il passaggio molto impegnativo.
Il coordinamento con Washington procede con discrezione dall'inizio dell'estate, con l'obiettivo di tracciare rotte che evitino le mine iraniane. Durante il transito gran parte del tempo è trascorso in contatto con la Marina statunitense, che fornisce il percorso e una serie di punti di passaggio e le navi devono riferire ogni trenta minuti sull'andamento della traversata e sull'eventuale avvistamento di missili. La petroliera del comandante, con due milioni di barili a bordo, rientrava in questo sistema di sorveglianza con contatti periodici obbligatori e in più di un'occasione l'equipaggio ha visto la scorta in volo. In una nota, il Comando centrale statunitense Centcom spiega che le proprie forze hanno assistito migliaia di navi nello stretto negli ultimi mesi con una protezione coordinata e che continueranno a lavorare con i Paesi della regione e con l'industria marittima per aumentare il traffico.
A bordo il silenzio radio è quasi totale, interrotto soltanto dalle voci di un numero di persone in plancia superiore al normale, tutte di vedetta per individuare eventuali attacchi. La preprazione della nave prevede sacchi di sabbia e fusti pieni d'acqua sistemati vicino alla plancia, una pompa antincendio d'emergenza in funzione per tutta la durata del transito e le manichette pronte all'uso accanto agli alloggi dell'equipaggio. Sulle metaniere la procedura è simile. Un secondo comandante, al timone di una nave per il trasporto di gas naturale liquefatto, ha spiegato a Bloomberg che il viaggio inizia disattivando l'interruttore che alimenta il transponder Ais, così da nascondere la posizione dell'unità mentre costeggia l'Oman. Poi i ponti principali sono protetti con sacchi di sabbia, nell'ipotesi di un attacco con droni o missili. Le metaniere sono meno numerose delle petroliere e finora si sono mosse con maggiore cautela, ma almeno otto unità hanno attraversato lo stretto nelle ultime due settimane, con garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti.
Nonostante le precauzioni e la scorta, il rischio rimane elevato. L’Iran ha stilato una lista nera delle petroliere impegnate in questi traffici e i dirigenti del settore marittimo valutano in circa uno su venti la probabilità di essere colpiti durante la traversata. L'Organizzazione Marittima Internazionale conta 24 marittimi morti negli attacchi nella regione dall'inizio del conflitto, e l'11 settembre una portarinfuse battente bandiera thailandese è stata centrata da un missile nei pressi dello stretto, al largo dell'isola iraniana di Qeshm. Il pericolo non scompare nemmeno una volta usciti da Hormuz, perché durante il trasbordo del carico su un'altra nave (operazione che avviene spesso per alimentare le grandi petroliere che svolgono viaggi più lunghi) il comandante ha sentito via radio altre unità segnalare di essere sotto attacco vicino allo stretto.
In tutti i casi, la decisione di attraversare spetta in ultima istanza al comandante. Il contratto dell'ultimo imbarco del capitano intervistato da Bloomberg era più corto di un mese rispetto al consueto, proprio per la difficoltà del viaggio, e la paga è stata pari a un multiplo dello stipendio abituale. Gran parte degli equipaggi delle petroliere proviene da Paesi a reddito più basso, come Filippine e India, e Bloomberg aveva già riferito di un armatore disposto a offrire sei mesi di paga aggiuntiva a chi accettasse di fare la spola nello stretto.







































































