La metaniera russa Arctic Metagaz carica di gas naturale liquefatto sta bruciando nel Mediterraneo centrale dal 3 marzo 2026, riaccendendo l’attenzione sui rischi per la sicurezza marittima in una delle principali rotte energetiche europee. La nave è un’unità da circa 77mila tonnellate di portata lorda, inserita nella cosiddetta flotta ombra utilizzata dalla Russia per esportare gas naturale liquefatto proveniente dal progetto Arctic Lng 2, nonostante le sanzioni occidentali.
Secondo le prime ricostruzioni, l’incendio si è sviluppato nelle prime ore del mattino del 3 marzo, intorno alle 4.00 locali, mentre la nave navigava nel Mediterraneo tra Malta e la Libia. L’evento è stato accompagnato da esplosioni a bordo e ha costretto l’equipaggio ad abbandonare la nave su una scialuppa. Il personale è stato successivamente individuato vivo e recuperato nell’area della Search and Rescue Region libica, mentre le Forze Armate di Malta hanno confermato di aver assistito nelle operazioni di evacuazione dopo aver ricevuto la segnalazione d’emergenza. Alcune immagini mostrano la parte prodiera della nave avvolta dalle fiamme mentre l’unità deriva in mare. Le autorità maltesi, attraverso il Rescue Coordination Centre, hanno diffuso un’allerta alle navi in transito nella zona per facilitare le operazioni di soccorso e verificare la situazione a bordo.
Il punto esatto dell’incidente è collocato nel Mediterraneo centrale, circa 150 miglia nautiche a sud-est di Malta secondo alcune ricostruzioni citate dalla stampa internazionale. L’area si trova lungo un corridoio di traffico marittimo strategico tra il Canale di Sicilia e il Mediterraneo orientale, attraversato quotidianamente da petroliere, metaniere e portacontainer diretti verso il Canale di Suez. Proprio questa concentrazione di traffico rende ogni incidente con unità energetiche particolarmente sensibile dal punto di vista della sicurezza marittima. La natura del carico ha contribuito a ridurre i timori di un inquinamento esteso. L’Arctic Metagaz trasportava gas naturale liquefatto, che in caso di dispersione tende a evaporare rapidamente una volta rilasciato in mare. Nelle prime osservazioni non risultano macchie di carburante sulla superficie marina.
Prima dell’incidente la nave aveva caricato il gas presso una unità di stoccaggio galleggiante nell’area di Murmansk tra il 18 e il 24 febbraio. Successivamente aveva navigato intorno al Regno Unito e alla Spagna entrando nel Mediterraneo con destinazione dichiarata Port Said in Egitto, una rotta che secondo diverse ricostruzioni avrebbe potuto proseguire verso la Cina, oggi indicata come principale acquirente del gas proveniente da progetti russi sanzionati. Come spesso avviene per le navi associate alla flotta ombra, il segnale Ais della metaniera risultava intermittente o assente nelle ore precedenti all’incidente. Alcune fonti indicano che la trasmissione di posizione si sarebbe interrotta poco prima dell’evento, rendendo più complessa la ricostruzione precisa degli ultimi movimenti della nave.
Non esiste ancora una ricostruzione definitiva che spieghi le cause dell’incendio. Tra le ipotesi figura quella di un guasto tecnico o di un incidente interno, possibilità che rimane aperta in assenza di accertamenti ufficiali, però il Governo russo ha avanzato una spiegazione diversa. Il ministero dei Trasporti della Federazione Russa ha infatti dichiarato che la metaniera sarebbe stata colpita da droni navali ucraini nei pressi delle acque territoriali maltesi. In un messaggio pubblicato sul canale Telegram del dicastero, l’episodio viene definito "un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima, una grave violazione delle norme fondamentali del diritto marittimo internazionale".
Secondo Mosca l’Arctic Metagaz trasportava un carico di gas naturale liquefatto "autorizzato in conformità con tutte le normative internazionali". L’eventuale attacco rappresenterebbe, nella lettura russa, il primo episodio in cui una nave della flotta utilizzata per esportare gas naturale liquefatto sanzionato viene colpita direttamente. Alcune fonti di sicurezza marittima parlano effettivamente della possibilità di un attacco con droni navali intorno alle 4.00 del mattino.
L’episodio s’inserisce in un contesto di crescente pressione sulle infrastrutture energetiche russe. Negli ultimi mesi diversi attacchi attribuiti a droni hanno colpito raffinerie e terminal petroliferi nel territorio russo, oltre a unità navali e petroliere nel Mar Nero. Solo pochi giorni prima dell’incidente della Arctic Metagaz, la Russia ha sospeso le operazioni di carico di greggio nel terminal di Sheskharis a Novorossiysk dopo danni provocati da droni. Inoltre ci sono già stati nel mediterraneo azioni contro petroliere considerate vicine alla Russia, una delle quali al largo di Savona.
Parallelamente aumenta anche l’attenzione delle Autorità europee nei confronti della flotta ombra russa. Alcuni Paesi dell’Unione Europea hanno intensificato i controlli sulle navi sospettate di trasportare petrolio o gas russi in violazione delle sanzioni. Nella stessa settimana dell’incidente, Belgio e Francia hanno sequestrato una petroliera coinvolta nel trasporto di greggio russo, nell’ambito di un’azione coordinata per limitare i tentativi di aggirare le restrizioni.
Antonio Illariuzzi









































































