La Corte d’Appello di Brescia ha assolto i due coordinatori del sindacato di base SiCobas e 22 tra magazzinieri e operai coinvolti nel procedimento penale nato dalla lunga vertenza al magazzino Penny Market di Desenzano del Garda. La decisione è stata pronunciata il 3 novembre 2025 e ha escluso i reati di tentata estorsione e violenza privata contestati per i picchetti e i blocchi organizzati tra il 2018 e il 2019. La formula è “perché il fatto non sussiste”.
La Corte ha ritenuto che le condotte contestate rientrassero nell’ambito di una vertenza sindacale, pur aspra, e non configurassero un tentativo di estorsione ai danni dell’azienda né episodi di violenza privata nei confronti di singole persone. I giudici hanno quindi ribaltato la sentenza di primo grado del 24 aprile 2024, che aveva invece riconosciuto la “violazione della libertà negoziale” di Penny Market.
In primo grado, dei 29 imputati, dieci vennero assolti e i restanti condannati. Ai due sindacalisti vennero inflitti due anni di reclusione per tentata estorsione, mentre i lavoratori ricevettero pene comprese tra quattro e sei mesi per violenza privata. Il tribunale dispose inoltre provvisionali per 20mila euro a favore di Penny Market e 40mila euro a favore di Servizi Associati, a titolo di risarcimento danni per i blocchi e per l’asserito condizionamento della libertà contrattuale. Con l’assoluzione in appello anche queste provisionali sono superate.
La vicenda è nata nella vertenza sindacale avvenuta nel magazzino Penny Market di Desenzano del Garda, polo logistico che rifornisce diversi punti vendita nel Nord Italia. Le attività di facchinaggio e movimentazione merci erano affidate in appalto a cooperative. Dopo una prima gestione, il servizio passò a Servizi Associati, che aveva assorbito i lavoratori già impiegati nel sito. Le tensioni scaturirono nel 2015 su ritmi di lavoro, carichi e condizioni economiche. Una parte dei facchini, in larga misura lavoratori migranti, aderente al SiCobas avviò una serie di scioperi e presidi ai cancelli. Anche in quel caso vi fu una vicenda giudiziaria, che si concluse con assoluzioni.
Il conflitto però si riaccese nel 2018-2019, quando undici facchini vennero licenziati da Servizi Associati con l’accusa di sabotaggio alla produzione e di produttività inferiore alla media. Il sindacato parlò d’iniziativa antisindacale e proclamò stato di agitazione, con scioperi e picchetti. Tra ottobre e novembre 2019 i presidi ai cancelli causarono blocchi dei camion in ingresso e in uscita dal magazzino, con interventi della Polizia per garantire l’ordine pubblico.
Dopo i fatti del 2019 la Procura di Brescia aprì un’inchiesta. Nel gennaio 2020 furono indagati 35 tra sindacalisti, lavoratori e solidali e per otto di loro giudice per le indagini preliminari dispose anche il divieto di dimora. L’impianto accusatorio ipotizzava un disegno di pressione protratto negli anni per costringere Penny Market a revocare l’appalto a Servizi Associati e ad affidarlo a un soggetto ritenuto più vicino alle posizioni del sindacato.
Il processo di primo grado recepì in parte questa impostazione, qualificando i blocchi e i picchetti come strumenti di pressione idonei a integrare tentata estorsione e violenza privata. L’Appello, invece, ridimensiona la lettura penale del conflitto. La Corte distingue tra conflitto sindacale e reato, escludendo che l’azione collettiva descritta integri di per sé una minaccia di male ingiusto o una coartazione penalmente rilevante.







































































