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Podcast K44

Cronaca

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    17 camionisti arrestati a Savona per furto di gasolio

    Un’indagine della Guardia di Finanza nel deposito fiscale carburanti di Vado Ligure ha coinvolto diciassette autotrasportatori, col sequestro di oltre 3.700 litri di gasolio. Il prodotto veniva sottratto durante il carico e rivenduto fuori circuito a prezzi inferiori.

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Autotrasporto

  • Unatras proclama il fermo dell’autotrasporto

    Unatras proclama il fermo dell’autotrasporto

    Il Comitato esecutivo di Unatras ha proclamato il 17 aprile 2026 in fermo nazionale dell’autotrasporto e avvia le procedure per definire modalità e date . Anche TrasportoUnito conferma il suo fermo di cinque giorni dal 20 aprile.

    Porto e magazzino gli anelli più deboli della catena logistica

    Foto: Asp Gioia Tauro
    • Nel 2026 la principale fonte di inefficienza nella supply chain non è più il mare aperto, ma il breve tratto tra porto e magazzino. Container disponibili ma non ritirati, appuntamenti saltati e capacità di ricezione satura generano micro-costi diffusi — demurrage, detention, stoccaggi extra — che pesano sulla redditività senza emergere nei cruscotti di alto livello.
    • Le portacontainer da 20-24mila teu, la volatilità dei volumi indotta da dazi e instabilità geopolitica e la cronica carenza di autisti per il corto raggio portuale amplificano i disallineamenti tra terminal, camion e magazzino. In Europa, Rotterdam, Anversa e Amburgo registrano attese nave superiori a due giorni e utilizzo di terminal vicino al 90%, con ricadute fino agli interporti padani.
    • Le contromisure esistono: pianificazione integrata nave-drayage-magazzino, visibilità in tempo reale, logistica porto-centrica e ridisegno dei gateway. La loro efficacia dipende però dalla capacità di adottare indicatori specifici sul tratto porto-magazzino e di collegare sistemi oggi frammentati tra operatori diversi.

     

    Nel 2026 una quota rilevante dei problemi di supply chain non nasce più in mare aperto, ma nel tratto di pochi chilometri che separa il terminal portuale dal magazzino di destinazione. Non si tratta di grandi code di navi o di blocchi eclatanti, bensì di micro-interruzioni che si accumulano in silenzio: container dichiarati disponibili dal terminal ma non ritirati, appuntamenti di consegna saltati, magazzini saturi o non pronti a ricevere, camion e autisti non sincronizzati con gli arrivi nave. Lo segnala un'analisi di Source Logistics, che descrive questa dinamica come una "rottura silenziosa" della catena logistica: non visibile nei cruscotti direzionali, ma costante nel generare voci di costo ricorrenti e nel degradare l'affidabilità complessiva delle consegne.

    Il problema ha radici operative ben identificate. Secondo World Craft Logistics, tre blocchi principali caratterizzano il segmento porto-magazzino. Il primo è la mancata coordinazione tra container e camion: il contenitore risulta disponibile in terminal, ma il veicolo non è attivato in tempo, mancano autisti o semirimorchi, e il risultato è un tempo di sosta elevato con accumulo progressivo nel terminal. Il secondo blocco è il vincolo del magazzino: le strutture non sono allineate con il profilo di scarico della nave, il personale non è dimensionato per i picchi, le baie di scarico sono saturate e, quando il magazzino è pieno, il camion perde la finestra di ricezione e il container rimane in porto. Il terzo è la frammentazione dei sistemi informativi: porti, vettori di corto raggio e magazzini operano su piattaforme diverse, con scarsa visibilità in tempo reale su arrivi nave, disponibilità container e slot di ricezione, e una coordinazione ancora affidata in larga misura a telefonate e messaggi di posta elettronica.

    Questi fattori strutturali sono amplificati da alcune tendenze di contesto. Le portacontainer da 20-24mila teu scaricano volumi molto concentrati in finestre temporali ristrette, superando la capacità di banchina e di spazi dei terminal. Le prestazioni portuali restano, in molti scali, al di sotto dei livelli precedenti alla pandemia. La carenza di autisti per il drayage portuale — il trasporto di corto raggio tra terminal e primo magazzino — è cronica e non mostra segnali di rapida soluzione, come evidenzia S&P Global Market Intelligence.

    Nel 2026 altri due fattori aggravano ulteriormente la situazione. Global Corporate Logistics spiega che da un lato, la volatilità dei volumi indotta da decisioni su dazi e tariffe e dall'instabilità in aree chiave come il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz genera fenomeni di "bunching": arrivi molto concentrati in alcune settimane, alternati a periodi di scarsa attività. I sistemi portuali e i magazzini faticano a scalare rapidamente su questi picchi. Dall'altro, Thyssenkrupp Supply Chain rileva che la pressione finanziaria spinge molte aziende a ridurre le scorte, aumentando la sensibilità a qualsiasi micro-ritardo: anche un piccolo scostamento tra l'arrivo nave e lo slot di ricezione in magazzino produce oggi impatti economici più tangibili rispetto al passato.

    Il risultato è una somma di micro-costi distribuiti su più voci, che Source Logistics descrive come "invisibili" ai vertici aziendali ma rilevanti nella gestione operativa quotidiana. Le principali sono quattro. La prima è quella di demurrage e detention: i container che restano in terminal oltre il periodo di franchigia per mancanza di mezzi, slot o capacità di magazzino generano oneri che la Federal Maritime Commission segnala come una criticità strutturale per gli spedizionieri, spesso per cause al di fuori del loro controllo diretto. La seconda voce è lo stoccaggio extra in o vicino al porto: quando la merce non può entrare nel magazzino di destinazione, occorre pagare deposito in terminal o in strutture esterne, con aggravio di costi e di movimentazioni. La terza comprende le inefficienze di trasporto e lavoro: autisti in attesa, viaggi a vuoto, riconsegne, straordinari del personale di magazzino per gestire arrivi fuori fascia — costi che, secondo Global Corporate Logistics, non sempre vengono tracciati puntualmente nel conto economico logistico. La quarta voce riguarda l'impatto su scorte e vendite: Averitt rileva che i ritardi nel posizionamento a stock provocano rotture di carico e mancate vendite, oppure costringono ad aumentare le scorte di sicurezza in altri nodi della rete per compensare l'incertezza sui tempi di consegna reali.

    In Europa il fenomeno assume caratteristiche specifiche, legate alla struttura dei corridoi intermodali e alla sensibilità degli hub portuali agli eventi avversi. Nei grandi scali del Nord Europa — Rotterdam, Anversa-Zeebrugge, Amburgo — la combinazione di rotte deviate via Capo di Buona Speranza, rientro graduale di servizi via Suez e maltempo invernale ha generato fenomeni di "vessel bunching": arrivi simultanei di molte navi al di là della capacità di banchina e di gru. Kuehne+Nagel segnala per Amburgo, nell'aggiornamento operativo del marzo 2026, oltre due giorni medi di attesa nave e un utilizzo di yard vicino al 90%, con tempi di sosta import elevati e contingentamento dell'accesso dei camion. Le finestre di apertura per il ritiro container vengono comunicate solo due o tre giorni prima dell'orario stimato di arrivo, riducendo sensibilmente la possibilità di pianificare il ritiro in modo stabile. Il ritardo si propaga verso i centri logistici interni di Germania, Benelux, Francia e Nord Italia.

    Nel Mediterraneo e in Italia il punto critico non è soltanto la produttività di banchina, ma la fragilità del sistema intermodale. Un recente sciopero coordinato nel sistema portuale ligure ha mostrato come il rallentamento dei gate provochi code di mezzi in ingresso e uscita, yard densi e ritardi a catena negli scali alternativi quando i carichi vengono re-instradati all'ultimo momento. Nell'Adriatico — Trieste, Venezia, Ravenna — il punto debole identificato sono i rail slot persi e il mancato riallineamento tra i ritmi di apertura del terminal e i piani di carico treno, con effetti che si protraggono per due-quattro giorni dopo la ripresa dell'operatività. Per gli importatori italiani che utilizzano i corridoi ferroviari dai porti del Nord Europa o i gateway adriatici, il rischio concreto è il disaccoppiamento tra l'arrivo del container in porto, la disponibilità del treno e la ricezione in magazzino: il container resta fermo nel terminal o nell'interporto perché lo slot di magazzino non è stato ripianificato in tempo.

    Le soluzioni esistono e stanno emergendo nelle pratiche dei principali operatori. La prima leva è la pianificazione integrata nave-drayage-magazzino: collegare in un unico calendario operativo l'orario stimato di arrivo della nave, la disponibilità del container, gli slot portuali, la flotta camion e la capacità giornaliera del magazzino, con regole di priorità chiare per le merci più sensibili al fattore tempo. La seconda è l'adozione di piattaforme di visibilità in tempo reale con appuntamenti dinamici, che integrano dati da terminal, vettore, corto raggio e sistema di gestione del magazzino, aggiornando automaticamente le pianificazioni in base a ritardi o arrivi anticipati — una direzione indicata da Rhenus Group tra le tendenze chiave del 2026.

    La terza è la logistica centrata sul porto e il cross-docking: utilizzare magazzini adiacenti al porto per il transloading rapido e il consolidamento, riducendo la lunghezza del drayage e il tempo di sosta in terminal, e spostando il buffer di capacità più vicino al punto di sbarco. La quarta leva è il ridisegno della rete con diversificazione dei gateway: distribuire i volumi su più porti per evitare che un singolo hub congestionato blocchi l'intero flusso, combinando modalità diverse — cabotaggio, ferrovia, trasporto su strada — per aggirare i colli di bottiglia ricorrenti. La quinta, spesso trascurata, è l'adozione di indicatori di prestazione specifici per il tratto porto-magazzino: tempo di sosta in terminal, percentuale di appuntamenti mancati, costi di demurrage e detention per teu, utilizzo dei dock, tempo effettivo porto-magazzino. Rendere visibili queste inefficienze ai decisori aziendali è, secondo Global Corporate Logistics, la condizione preliminare per qualunque intervento strutturale.

    Sul fronte europeo, la nuova strategia UE sui porti spinge verso una maggiore digitalizzazione, l'interoperabilità dei sistemi e il rafforzamento dei corridoi della rete trans-europea di trasporto Ten-T, creando le condizioni per soluzioni come gli sportelli unici portuali, lo scambio dati standardizzato e una visibilità più estesa lungo la filiera. Le aziende che si collegano a queste infrastrutture digitali avranno, secondo la Commissione Europea, più margine per sincronizzare porto, ferrovia o strada e magazzini. La sfida, nel breve periodo, è che la diffusione di questi strumenti richiede investimenti, accordi tra operatori con interessi divergenti e una cultura della condivisione dei dati ancora poco radicata nel settore.

    Anna Maria Boidi

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