La Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica ha lanciato un nuovo allarme durante gli Stati Generali delle Dogane sulle conseguenze della la nuova imposta sul commercio elettronico internazionale, introdotta dalla Legge di Bilancio e in vigore dal 1° luglio 2026: rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati, sottraendo traffici agli scali italiani, riducendo la capacità di controllo sulle merci in ingresso e generando un gettito fiscale inferiore alle attese. Una questione già posta quando la norme sarebbe dovuta entrare in vigore, data poi rinviata proprio per le prime conseguenze subite dalla logistica italiana. Ma è stato appunto un rinvio e non un’abolizione.
Il meccanismo alla base della critica di Confetra è quello della competizione tra infrastrutture aeroportuali europee. La logistica del commercio elettronico internazionale funziona attraverso grandi hub cargo interconnessi: se un Paese introduce un costo aggiuntivo sullo sdoganamento, i principali operatori hanno la possibilità concreta di dirottare i voli verso scali alternativi - Germania, Belgio e Olanda sono i candidati preferiti - e di raggiungere il mercato italiano su strada. L'imposta colpisce lo sdoganamento sul territorio nazionale, ma non può impedire che le merci destinate ai consumatori italiani vengano sdoganate altrove, evitando così il pagamento. Il risultato, secondo Confetra, sarebbe una perdita di traffico senza una corrispondente riduzione dei flussi commerciali verso il Paese.
Questa dinamica non è teorica perché come abbiamo detto, nei primi due mesi del 2026, prima che l'entrata in vigore della norma venisse rinviata, l'Italia registrò un calo del 50% nei traffici di commercio elettronico gestiti attraverso i propri scali. Confetra utilizza questa evidenza empirica come base per le proprie simulazioni e come argomento centrale contro l'impianto della norma. Il quadro si complica ulteriormente se si considera il contesto europeo. A luglio 2026, infatti, entrerà in vigore un dazio europeo di 3 euro a spedizione, il cui 25% è destinato al Paese in cui avviene lo sdoganamento. Da novembre dello stesso anno si aggiungerà una tariffa di gestione europea. Confetra ha costruito due scenari per il periodo luglio-novembre 2026, mettendo a confronto i risultati attesi con e senza l'imposta italiana.
Nel primo scenario, con la tassa nazionale in vigore, l'Italia perderebbe la metà del proprio traffico di commercio elettronico. Lo Stato incasserebbe 70 milioni di euro complessivi, di cui 51 milioni derivanti dall'imposta nazionale. Nel secondo scenario, con l'eliminazione della tassa italiana, l'Italia recupererebbe la totalità dei traffici e incasserebbe comunque 38 milioni di euro, generati dai soli dazi europei. La differenza tra i due scenari, 32 milioni di euro in cinque mesi, è secondo Confetra un vantaggio economico troppo esiguo per giustificare il rischio di una perdita strutturale di clienti e infrastrutture.
L'opposizione della confederazione non si ferma all'analisi del gettito. Un secondo ordine di critiche riguarda le implicazioni per la sicurezza e la tutela del mercato interno. Se le merci destinate all'Italia vengono sdoganate in altri Paesi europei, le Autorità italiane perdono la possibilità di sottoporle a ispezioni fisiche nel momento del loro ingresso nella catena distributiva. Ciò indebolisce la capacità di verificare la conformità dei prodotti alle normative vigenti, d’intercettare merci contraffatte o pericolose e di contrastare l'evasione fiscale legata a dichiarazioni di valore non veritiere. Il controllo fisico delle merci, in altre parole, è una prerogativa che dipende dal luogo dello sdoganamento: spostarlo altrove significa cedere questo strumento ad altri Paesi, senza alcuna compensazione.
C'è poi una considerazione di lungo periodo che Confetra ritiene determinante. La tassa italiana, a differenza dei dazi europei che s'inseriscono in un quadro temporaneo e coordinato, non è destinata a cessare a novembre: si sovrapporrà alle tariffe europee, aggravando progressivamente il differenziale di costo tra l'Italia e gli altri Paesi dell'Unione. Quindi, se i grandi operatori del commercio elettronico sposteranno i propri flussi verso altri scali nei mesi estivi, la probabilità che vi rimangano stabilmente aumenta con il passare del tempo. La perdita di posizionamento competitivo degli aeroporti italiani potrebbe quindi consolidarsi, rendendo sempre più difficile un recupero dei volumi.
La posizione di Confetra si traduce in una richiesta di sospensione della norma e di apertura a un approccio coordinato a livello europeo. L'argomentazione di fondo è che le misure fiscali applicate unilateralmente a fenomeni di natura globale, come il commercio elettronico internazionale, tendono a produrre effetti di spiazzamento piuttosto che di regolazione: non riducono i flussi, ma ne modificano i percorsi, a vantaggio dei Paesi che non intervengono. Senza un'armonizzazione tra i 27 Stati membri, ogni tassa nazionale rischia di trasformarsi in un incentivo alla delocalizzazione delle operazioni logistiche verso i vicini europei.
Antonio Illariuzzi









































































